Il guardiano

Andy Arton

Una creatura rabbiosa davanti alla porta del giardino – Marta Di Giovanni

Il buio è pesante, calato come una coperta sugli edifici immobili della città. I lampioni disegnano fievoli lune gialle sull’asfalto. Lungo una strada desolata i passi di un uomo schiacciano la neve fresca che cade ininterrottamente da ore. Il vociare sguaiato di un gruppo di ragazzi ubriachi precede il movimento delle loro ombre sulle pareti dei palazzi. Ridono, scherzano, cantano, si spintonano. Sembrano animali, vacche al macello. Idioti. L’uomo si sposta in una stradina laterale, sbircia davanti a sè. Carica il colpo nel fucile con un suono metallico.
Le voci si fanno più vicine, poi un’ombra si muove rapidamente oscurando per un attimo alcuni lampioni. I ragazzi se ne accorgono, si fermano, si guardano intorno. La creatura si abbatte su di loro lanciandosi dall’alto di un cornicione. Allunga braccia con articolazioni impossibili verso di loro, già pronta a ghermire il primo, affondare i denti nella sua carne, strapparla a morsi. L’uomo esce dal suo nascondiglio. Spara un colpo. La creatura è costretta a ritrarsi in fretta nell’ombra. Spara ancora. Prende il fianco di un palazzo, il calcestruzzo esplode in una nuvola di polvere sopra le teste dei ragazzi. Urlano terrorizzati e in un attimo scappano via di corsa. L’uomo carica di nuovo il fucile. Torna a camminare con lentezza. Il vento muove i lembi del suo cappotto marrone scuro dietro di lui. Sembra inesorabile eppure trattiene persino il respiro per la tensione.
Imbocca una stradina stretta dove le luci dei lampioni non arrivano. In lontananza, oltre i palazzi, rami si allungano come dita spezzate nel tentativo di afferrare il cielo. La creatura si sta muovendo verso la foresta. L’uomo fa un altro passo e nella neve sotto lo stivale si accartoccia una lattina. Il rumore spacca il silenzio in una breve cacofonia di suoni. Un movimento rapido guizza nel buio. Alza il fucile. Spara. Il colpo illumina per un istante il volto ghignante irto di denti della creatura. In una folata di vento gli si è fiondata addosso. Cerca di strappargli l’arma. La frantuma con un colpo della mascella. L’uomo lascia la presa. Affonda la mano in una tasca del cappotto e poi lancia a terra una granata stordente. Si volta e copre le orecchie. La luce esplode in un flash che acceca la creatura e sfrigola sulla sua pelle nera come la pece. Il frastuono fa scattare diversi allarmi, per lo più auto e un negozio lì vicino.
La creatura scatta, comincia a correre, ma sbatte contro i cassonetti ammassati al lato della stradina e poi di nuovo contro la parete dal lato opposto. L’uomo tira fuori due pistole dalle fondine che porta sotto la giacca. Inizia a sparare, ma i movimenti confusi della creatura gli impediscono di prendere la mira. Inizia a correre per andarle dietro, si fa più veloce, sta recuperando l’orientamento. Sta provando una ritirata strategica verso la foresta, dove avrà la meglio.
La creatura sbuca su una strada. Viene investita di colpo da un’auto in corsa. Finisce a terra, rotola per un paio di metri. Il guidatore all’interno grida terrorizzato quando guardando meglio vede alzarsi dall’asfalto un’ombra deforme che pianta su di lui due file di occhi lattiginosi. Fa retromarcia in tutta fretta. La creatura sta per lanciarsi nella rincorsa. L’uomo che la insegue spara ancora. Scarica una pistola, molla la presa. Afferra l’altra con entrambe le mani. Si ferma, prende la mira. Spara. Il colpo non va a segno, ma taglia la strada della creatura, che a quel punto posa di nuovo gli occhi su di lui.
L’auto si allontana con una manovra disperata nella direzione opposta. Tanto basta per convincere la creatura a riprendere la corsa verso la foresta. L’uomo dietro di lei lancia un’occhiata al cielo. Ha smesso di nevicare e il buio opprimente sta diventando una grigia distesa di nubi.
La creatura supera una strada deserta. Sfonda una recinzione metallica. Risale l’altura diretta al folto degli alberi che coprono il fianco della montagna. L’uomo dietro di lei spara ancora. Il colpo è vicinissimo, fa saltare in aria schegge di corteccia. Bruscamente però, i suoi piedi cominciano ad affondare nella neve alta. Irrimediabilmente il suo corpo si fa più pesante e correre lungo la salita sempre più faticoso. Arriva in cima carponi, si costringe solo a quel punto a fare un respiro profondo. Al limitare del bosco l’angoscia si stringe nel suo petto. L’aria gelida inzuppa quella foresta con il profumo pungente di terra umida. Alza gli occhi al cielo, i rami si snodano come bronchi in polmoni di un grigio sempre più chiaro.
Gli rimane solo un colpo. Lo carica nella canna della pistola. Sa che se lo userà dovrà andare a segno. Si ferma quando la vede. Lì davanti a lui. Lo guarda feroce come un animale che non è disposto a barattare la sua libertà, piuttosto si farà uccidere. L’uomo scuote la testa. Non questa notte. Alza la pistola. La creatura scatta in avanti. È veloce come un treno. Salta tra gli alberi. Prendere la mira è quasi impossibile. L’uomo la segue frenetico con lo sguardo facendo qualche passo indietro. La creatura si lancia su di lui. La luce del sole emerge oltre l’orizzonte. Un ruggito lo spinge ad abbassare l’arma. Guarda la creatura piegarsi su se stessa davanti ai suoi piedi. Le ossa si spezzano. Le articolazioni si piegano. La sua schiena s’inarca nella neve quando vi affonda le ginocchia e alla fine le mani. I lunghi capelli corvini cadono come una cascata davanti al suo viso e sulle spalle.
Guarda l’uomo per un istante, gli occhi neri poi si chiudono. Prima che cada esausta lui l’afferra e l’appoggia contro il suo petto. Toglie la lunga giacca di pelle e l’avvolge per coprirle la pelle altrimenti nuda. La prende tra le braccia e si rimette in piedi come non pesasse nulla. La stringe a sé per un istante, sciogliendosi in un sospiro teso. Poi s’incammina a passo di marcia giù per la collina, diretto verso l’auto per portarla via, lontano, prima che la città si svegli.

Fotografia di Marta Di Giovanni

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