2 novembre – Finale

Nadine Marlon-Dolfe

Donna incinta – Marta Di Giovanni

Questo racconto è l’ideale seconda, conclusiva, parte di un racconto scritto a quattro mani. La prima parte è stata pubblicata oggi su Narrandom, a firma di Ferdinando Mallone e la trovate qui: La casa.
Si tratta quindi della prima collaborazione della storia tra Malgrado le mosche e Narrandom, un evento letterario epocale, che crea un solco tra il prima e il dopo.

Mi ero presentato a casa di mia madre senza un soldo, senza un posto dove andare a stare. Non la vedevo da un paio d’anni ormai, e l’avevo trovata invecchiata. Ne ebbi una fitta al cuore, come tutti i figli quando vedono i genitori sfiorire: all’inizio pensavo che fosse un segno di empatia, di amore per i nostri vecchi. Solo dopo un po’ ho capito che non è altro che la paura della nostra morte. O di diventare i nostri genitori, che è poi la stessa roba.
– Ti scaldo una lasagna? – mi aveva chiesto quando ero sceso sbadigliando dalle scale. – Mi sono avanzate da ieri, sono ancora buone.
Io avevo scosso la testa, credevo fosse ancora ora di colazione, e avevo lo stomaco chiuso. E invece era già mezzo pomeriggio, fuori dalla finestra c’era nebbia e piovigginava, in casa faceva freddo. Io mi sentivo come al solito una merda. Una merda ambulante. Mi ero acceso una sigaretta senza aprire la finestra, non volevo che entrasse il freddo ma non volevo neanche andare fuori a fumare, e di saltare la paglia del mattino non se ne parlava. Mi aspettavo che rompesse il cazzo, come sempre, invece lei aveva scosso la testa e basta, e poi mi aveva chiesto: – Mi serve che dopo mi accompagni in un posto.
Avrei voluto dirle “Ma ce l’hai la macchina, no”, ma con tutto che ero in casa sua senza un posto dove stare avevo preferito tacere.
– Dove devi andare?
– È qua vicino, non ti preoccupare.
Dopo una mezz’ora ero riuscito a farmi forza, avevo mangiato la cazzo di lasagna ed effettivamente era stata una bella botta d’energia, considerato che da due mesi tiravo avanti a pancarré e patatine. Lei aveva messo una gonna, ed era strano visto che in pratica non le metteva più quasi mai. Non ricordavo di avergliene mai vista una, a dire il vero.
E siamo finiti in auto, mamma aveva voluto guidare lei, cercavo di capire dove stesse andando ma non ricordavo più il paese. Dopo un po’ capii che voleva la mia compagnia, o semplicemente non voleva che rimanessi solo in casa.
– Sono pulito, mamma, – le avevo detto dopo un po’ di silenzio. – Due mesi tondi, te lo giuro.
Lei aveva fatto cenno di sì come se non mi credesse. Eppure poi quella volta ero rimasto pulito ancora per altri quattro mesi, nonostante lei non ci credesse.
– Non hai un posto dove andare, – mi aveva chiesto dopo un po’. – La casa in cui stai con Massimo?
– Kaputt, con lui è un capitolo chiuso.
Mia madre aveva stretto le labbra senza un gemito. Era rimasta assieme a mio padre per trentuno merdosi anni (parole sue, anche se non in questi termini, certo) senza mai pensare di mollare tutto, e tutti quelli con cui ero stato io me li facevo scappare. Poteva anche sopportare che fossi frocio – dopotutto Gesù se arrivasse oggi c’avrebbe intorno anche i froci – ma non che fossi un frocio instabile.
“Perfino nelle pubblicità ormai hanno tutti una casa, una famiglia, anche gli omosessuali”, mi diceva, con quella voce sottile che perdeva un istante prima della parola “omosessuali”. “Perché te no?”
Io non sapevo mai cosa rispondere. Certo che una casa me la sarei voluta permettere, ma da solo, senza dover dipendere da nessuno.
Di solito le dicevo che il mercato era in crisi, che il mondo era una merda, che non era più facile come quando erano giovani loro che in dieci anni lavorando come fattorino ti compravi casa.
Quando ero incazzato le dicevo “C’avete fottuto voi ‘sto mondo mamma, m’avete incasinato il cazzo tu e papà e il mondo tutta la vostra generazione”, ma poi di solito lei piangeva e io le dicevo che non era vero un cazzo, e l’abbracciavo. Ora che papà era morto non le reggeva più il cuore per metà delle cose che le dicevo, e pian piano era diventato sempre più difficile starle accanto.

Alla fine siamo arrivati al cimitero. È vero, avevo realizzato, era il giorno dei morti. Ma per chi? Papà non stava in quel cimitero, e nemmeno nessuno della famiglia di mia madre.
– Tu aspetta qui, – mi aveva detto.
Subito ero rimasto dentro, a fissare le gocce che offuscavano il lunotto, a rabbrividire nella mia giacca troppo leggera. Non so se fosse per il freddo o per la curiosità, ma dopo pochi minuti avevo deciso di scendere e pedinarla. Mia madre non sembrava una da segreti, ma l’ipotesi che fosse un vecchio amore mai svelato era troppo succulenta. Volevo avere una merce di scambio, forse, una possibilità di rivalsa sulla sua perfezione cattolica, o semplicemente sapere qualcosa di più su di lei.
Sceso dalla macchina avevo varcato la cancellata rugginosa, mi ero spostato sotto a un portico, cercando con gli occhi la sua giacca nero lucido. Avevo vagato tra una colonna e l’altra, incrociato gli occhi gonfi di qualche beghina, o le facce serie e meccaniche delle vedove di lungo corso.
Ma il cimitero era ormai deserto, stava calando la sera e credo che stesse per chiudere. A un certo punto avevo pensato che ormai fosse tornata alla macchina, e stavo per correre indietro prima che mi lasciasse lì, visto che di certo avrebbe pensato che me la fossi filata. E invece in quel momento l’ho vista, in un angolo del prato con le lapidi.
Si guardava intorno con agitazione, controllava che non ci fosse nessuno. Ma tra il buio, la nebbia e la sua giacca nera non era facile scorgerla. Io mi ero allungato da dietro la colonna per capire cosa stava facendo, l’avevo vista chinarsi sulla lapide, toccarla. Camminare sul marmo scivoloso per la pioggia, ero preoccupato che cadesse; forse voleva raccogliere un fiore, ma poi… la vidi accucciarsi proprio davanti al granito verticale con le sue belle letterine in metallo e pisciarci sopra. Sì, per poco non mi prese un colpo, vidi mia madre pisciare sulla lapide di qualcuno.
Dopo aver fatto, sempre attenta a guardarsi intorno, la vidi pulirsi in un fazzolettino, prendere il vaso di fiori freschi della lapide, rovesciarli via e ficcarci dentro quel kleenex sporco di piscio.
Mi ero fatto indietro di scatto quando si era girata per tornare alla macchina. Poi, con mia madre di spalle avevo fatto una corsa fino alla lapide, per leggere il nome:

————————————
| Girolamo Bassetti |
| 1962 – 2041 |
| ✞ |
————————————

Bassetti. Il mio cognome. Quest’uomo era un mio parente, ma non ricordavo il nome. Forse un lontano prozio si chiamava Girolamo, e il nome in qualche modo mi sembrava familiare, ma per il resto, buio pesto. Per convincere mia madre a pisciargli sulla tomba il giorno dei morti doveva aver fatto qualcosa di molto brutto.
Poi mi ero affrettato a raggiungere mia madre in macchina. L’avevo trovata seria e incazzata:
– Ti avevo detto di aspettarmi qui.
– Eh ma non tornavi più. A proposito, chi sei andata a trovare?
Lei aveva scosso la testa.
– Nessuno che ti riguardi.
– Un amore del passato, – avevo cercato di provocarla. – Qualcuno che ti ha fatto qualche proposta indecente?
Io stavo scherzando, ma lei mi aveva guardato con occhi di fuoco.
– Se ho fatto quello che ho fatto, è stato solo per te, razza di ingrato!
C’ero rimasto secco, non mi aspettavo sbottasse così.
– Mamma ma era tanto per dire, non è che…
– No, adesso stai zitto tu e ascolta. Mi dispiace che tu non abbia una casa, Dio solo sa se non ho rimpianto quello che ho scelto per te, e per noi. Potevamo essere più ricchi? Forse. Più felici? Io non credo.
– Non capisco cosa stai dicendo, mamma, ti hanno offerto dei soldi per. Per cosa?
Ero già pentito di tutta questa sceneggiata, volevo solo che riaccendesse la macchina e se ne andasse da lì. Ma lei continuava, aveva preso il via e non la fermavi più, come sempre.
– Non è per la proposta, che l’ho odiato. Alcuni giorni vorrei aver accettato, come oggi quando arrivi e mi dici che non hai una casa, e che non ti abbiamo dato i mezzi per farti strada nella vita. Ci abbiamo provato, ma tu eri mio, mio e di nessun altro. Vedi, quando qualcuno ti fa una proposta che non si può rifiutare sei suo, per sempre. Se accetti, lo sei perché hai accettato. Se rifiuti, sarai per sempre schiavo di quella proposta, nella tua mente. Di quello che poteva essere. Per questo lo odio. Perché non potrò mai liberarmi di questo pensiero, e per questo lo maledico ogni giorno.
Io ormai non ci capisco più nulla e guardo mia madre piangere a fiumi.
– Ma di che stiamo parlando, mamma, papà era… mio padre?
Ho paura di quello che potrebbe dirmi ma no, lei annuisce, seccata.
– Certo che lo era, ma che ti credi?
Rimaniamo in silenzio per un po’ penso che dopotutto non me ne frega un cazzo di quella storia.
Mamma guida un po’ a casaccio, sento il suo respiro che si sistema pian piano. Le accarezzo la mano sul cambio, lei mi guarda.
– Ti faccio vedere un’ultima cosa, ma poi non chiedermi più nulla, promesso?
Promesso, le faccio io.
Gira per un po’, e alla fine arriva in un quartiere che non ricordo. C’è un parcheggio e un centro commerciale, ma a fianco c’è una vecchissima casa mezza diroccata. Il tetto sghembo, una finestra al centro che sembra un occhio cieco, col vetro rotto.
– Ti piace? – mi chiede, e in quella domanda c’è tutto il terrore del mondo. Non so cosa dovrei rispondere né perché, ma la casa è brutta, davvero brutta, e decido di essere sincero:
– Manco per il cazzo, fa cagare.
Vedo che ho fatto centro, e allora proseguo:
– Non sembra nemmeno una casa, piuttosto una chiesa. E tu lo sai quanto le odio, le chiese.
Finalmente, mia madre sorride. Anzi ride, la guardo ridere, come una pazza isterica, ridiamo entrambi, come non abbiamo mai fatto insieme.
– Andiamo – conclude, si asciuga le lacrime: ed ha una faccia diversa.

Fotografia di Marta Di Giovanni

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