Tutto il vero che posso

Francesca Pongiluppi

Feathers – Ottavia Marchiori

Capitolo #1

“Veruška”.
Puntuale lo sguardo interrogativo dell’impiegato si posa su di me. Devo ripetere il mio nome, ripeterlo sempre almeno due volte, se sono fortunata. Se il mio interlocutore ha seguito un corso di russo negli anni Settanta, per esempio.
“Scusi, come si scrive?”.
Glielo detto lettera per lettera, così facciamo prima e la coda di persone dietro di me non si allunga e Lei non va in ansia e io non mi imbestialisco per l’ennesima volta con chi ha tanto premuto affinché alla sua primogenita venisse affibbiato un bel nome sovietico.
Mio padre. Mio padre, prima di cambiare moglie e ideologia, prima di chiamare la figlia di secondo letto come qualche santa da calendario e ricorrere al diminutivo Vera per me, dissipando ogni ingombrante retaggio vetero comunista dalla sua vita.
Vera. Mai nome meno azzeccato. Chi è la vera Vera? Sono venticinque anni che la domanda ha più risposte degli incastri del cubo di Rubik; e quel poco che credo di avere capito di me, forse avrei preferito ignorarlo.
Poche righe, una fototessera e una marca da bollo: per lo Stato è così facile darti un’identità. Forse dovrei imparare a farlo bastare anche a me. Almeno per i prossimi cinque anni, fino alla prossima scadenza del documento.
La porta di casa è chiusa a doppia mandata, garanzia di solitudine. A quest’ora del mattino, del resto, sarebbe davvero improbabile trovarci mia madre e così, mentre varco la porta d’ingresso, mi accoglie solo una foglia secca del ficus benjamin, sospinta sul pavimento dallo spostamento d’aria.
Benvenuta.
Grazie.
Mi tolgo lo zaino dalle spalle e lo lancio a terra.
In cucina c’è il solito marasma mattutino, dal lavandino deborda la mia tazza, impilata sopra il bricco del latte e la caffettiera; sul tavolo macchie di caffè e briciole e incrostazioni di cornflakes.
Mentre strofino col panno svedese le tracce circolari di cappuccino lasciate sul tavolo dal fondo della mia ciotola, allungo lo sguardo fuori dalla finestra: coi lineamenti confusi da cento metri scarsi in linea d’aria, lui, un perfetto sconosciuto, indistinguibile dirimpettaio sulla quarantina, che passa le giornate aggrappato al suo davanzale a scrutare fuori, verso l’orizzonte e, a tratti, verso di me.
Non sa chi io sia, ma che ci sia, sì, lo sa.
Non credo di sbagliarmi quando penso che, della mia vita, ne sappia più lui che tanti altri. Dalla sua angolatura, ha una panoramica completa del mio appartamento: sa, perché mi vede, quando rientro, quando esco, quando studio, quando ho caldo e quando mangio; sa quando mi vesto, perché tengo le tende chiuse. Forse, dalla velocità con cui mi muovo, riesce ad intuire quando sono triste o stanca, quando guardo fuori perché non sopporto più di guardare dentro, dentro casa, dentro me, o quando mi affaccio per cercare qualcosa che non c’è, non trovo e che, in verità, nemmeno so cosa sia.
A volte mi disturba la sua costanza da civetta imbalsamata. Vorrei urlargli che così non va, che ho il sospetto che anche lui stia barando, spostando il proprio sguardo altrove, lontano dal suo quotidiano arrabattarsi. Allora, mentre mi guarda, chiudo le persiane della mia stanza con forza, di scatto, o mi scosto in malo modo dal davanzale: cosa si cresce a fare, se non si guadagna in coraggio?
Ma accade raramente. Non oggi. Oggi sono così contenta di vederlo sporgersi con tutto il busto fuori dalla finestra lunga e stretta del suo bagno, che potrei stare qui ancora per chissà quanto; finché qualcosa non lo risucchierà dall’interno, e lui mi lancerà la sua ultima occhiata.
Il panno strizzato nel palmo mi inumidisce sgradevolmente la mano.
Riprendo a strofinare, cercando le asperità da rimuovere, ma quando sollevo gli occhi oltre la finestra, la trovo vuota: ho la stessa sensazione di quando, sognando, mi manca la terra da sotto i piedi.
Fisso ancora un po’ invano il muro del suo bagno, magari riappare; poi mi rimbocco le maniche e comincio a lavare le stoviglie nel lavello.

Il telefono che suona. Mentre attraverso il corridoio per riuscire ad alzare la cornetta, mi rimbomba nella testa, insieme agli squilli, la decisione di mia madre di vendere casa, per lasciarsi alle spalle un’altra fetta della sua storia. E anche stavolta, insieme al suo passato, liquiderà anche una parte del mio.
“Tuo nonno è di nuovo all’ospedale”.
La voce infastidita di mio padre dall’altro capo del telefono sta per chiedermi se possa andare io al suo posto, a fare visita al ricoverato. Lo so che sta per domandarmelo, e prima che cominci ad accampare una litania di scuse implausibili, lo anticipo.
“In che reparto è?”. Lui risponde a monosillabi, per fortuna, così la comunicazione si esaurisce nel giro di un minuto.
E anziché salutarmi, aggiunge: “Portagli un cuscino, non ne avevano uno da dargli”.

Mi intrufolo con lo scooter nel traffico dell’ora di punta, il cuscino stretto tra le ginocchia a rendermi la guida meno agile.
Quando arrivo sull’uscio della stanza, il nonno sta guardando fuori dalla finestra, con la testa reclinata di lato contro la testiera del letto.
Calco il mio passo, per fargli avvertire la mia presenza: mi sembra di spiarlo dal buco della serratura, nudo.
“Ciao nonno”. I suoi occhi si staccano piano dalle fronde di un albero, sbattute con forza dal vento contro i vetri della finestra.
Poi lento mi risponde.
“Ciao, Vera”.
Mi avvicino e gli sistemo il cuscino dietro il collo. Lui sorride per ringraziare.
“Allora, non vuoi mangiare qualcosa?”. Ho alzato il tono della voce, quasi a voler compensare il suo, flebile, soffiato, che non gli riconosco.
Sul tavolo ci sono due vassoi di alluminio. Li tocco, sono tiepidi.
“Pollo e purè” e appena li scoperchio, mi investe l’odore di plastica del cibo precotto.
Il nonno si limita a scuotere la testa, ma è così perentorio che mi dissuade dal ritentare.
Sembra un bambino capriccioso, non la smette di fare no col capo: ora ho la certezza che, della sua dignità, della sua proverbiale austerità, non gli importi più nulla.
“Dai, nonno, almeno un boccone lo devi buttare giù…”. Rovisto nel cassetto del suo comodino alla ricerca di un cucchiaio e sento i suoi occhi su di me; mi volto, e le sopracciglia, sempre tese tenacemente sul suo viso, ora languono in uno sguardo obliquo.
“No, Vera, no, niente, niente…”. Pianto il cucchiaio nella vaschetta di alluminio del purè. Forse dovrei solo smettere di assillarlo.
Mi siedo sul letto, accanto a lui e lo abbraccio. E lui, a sorpresa, si lascia stringere, con gli occhi chiusi.
Mi sciolgo dall’abbraccio solo quando i miei occhi incocciano contro il cucchiaio che ci riflette curvi e storti, immerso inutilmente nel purè: il nonno ha posato di nuovo il suo sguardo azzurrognolo sulle fronde dell’albero sospinte dal vento.
“Sono stata in campagna, la settimana scorsa”.
Finalmente si volta verso di me. Secondo me, in qualche modo, sta sorridendo.
“Avrei voluto portarti le foto che ho scattato, un intero rullino, ma non ne è venuta una”.

È destino che tu te ne vada senza poter rivedere il luogo della nostra quiete estiva, nonno. Che sono stata al cimitero, invece, non te lo dico. Che ho trovato la tomba dei tuoi amici, del contadino che abitava di fronte a noi, nemmeno.
Temo che, a sentire parlare di morte, tu faresti un’espressione di sollievo, e io non credo di poterla sopportare.

Capitolo #2

Searching – Ottavia Marchiori

Alle dieci in piazza. Vittoria sbuca dall’unico vicolo da cui non mi sarei mai aspettata di vederla arrivare. Trafelata come sempre, mi mette subito al corrente della sua decisione di accettare la proposta del sindacato: quattro mesi di stage presso una ditta prestigiosa; prestigiosa, va bene. Ma non una sola lira, quindi.
Vittoria mi fissa interrogativa: dovrei gioire?
A fare gli intransigenti non ci si guadagna niente, mi risponderebbe se obiettassi. E forse avrebbe ragione. Sennonché nemmeno lei ci guadagna niente. Neanche un misero rimborso spese.
“Sono stanca”, mi giustifico. Ed è vero; se ne avessi la forza, vorrei urlare – perché non ricordi di quando ti sei presentata alla selezione per un posto da cassiera al discount sotto casa tua e non ti sei perdonata per mesi di aver scordato il codice a barre della scatola di bastoncini flessibili in puro cotone che ti ha impedito di passare il colloquio? – ma non so davvero dove sia finita la mia voce.
“Dove vuoi andare, allora? Non ho voglia di alcol”, urla Vittoria per sovrastare il vocio della folla.
Mi muovo col solo obiettivo di sedermi, prima che il sonno mi vinca, per strada; prima che sia riuscita a raccontare alla mia migliore amica che mio nonno non ce la farà. Per un attimo la perdo tra la gente e quando riappare, Vittoria sta parlando con una figura esile e dalla voce acuta, di testa, simile al richiamo dei delfini.
“Ciao Soledad”. Lei si volta e mi pianta in faccia gli occhi stralunati attraverso i capelli scarmigliati, senza riconoscermi.
“Non ce la faccio più, stasera, ovunque vada incontro solo gente che sta male, solo gente che sta male…” biascica prima di aggiungere “Avete mica una sigaretta?”.
Vittoria comincia a tastarsi le tasche per trovare il pacchetto e glielo porge, ancora insolitamente integro.
“Posso stare un po’ con te, Vittoria?”. So già che non avremo il coraggio di dirle di no, perciò intervengo.
“Vieni con noi a bere un tè?”.
Soledad si volta verso di me: stavolta mi vede.
“Oh, Vera, Veruška”.
Soledad. L’unica a chiamarmi ancora col mio nome per intero, pronta subito dopo a fischiettare l’Internazionale. Oppure a ricordare i tempi trascorsi nella comune in Scozia, insieme al suo grande amore, morto di Aids cinque anni fa. Forse, il responsabile della sua sieropositività. Non che per lei conti.
“Mi offrite anche qualcosa da mangiare?”. Bada al sodo, Soledad.
La cameriera arriva spedita al tavolo attorno cui ci sediamo e comincia a sparecchiare, senza degnarci di uno sguardo.
Sole mormora “È assurdo, no? Rinunciare all’ideologia per non rinunciare alla matrice… Chi ha mai detto che si debba scordare da dove si viene per essere coerenti?”
La guardo, sta forse parlando di mio padre?, poi guarda il pavé su cui sta il nostro tavolo e prosegue.
“La pietra calpestata, la vedi?, quella sì che è vera, ma qui, nella mia testa, non c’è niente di così vero, di così reale; posso fidarmi di me? E’ così difficile capire ciò che si crede, e così facile credere in qualcosa che non è… ”Le colgo sul viso un’espressione sospesa, non ha ancora finito.
“La vita è scelta” sbotta all’improvviso “Eppure non provo piacere a scegliere. Sarebbe più semplice scegliessero per me” e dopo aver ripreso fiato, aggiunge “Voglio un po’ di focaccia.”
“Come la vuoi?” la incalzo, prima che si perda nuovamente nei suoi pensieri. O decide adesso o mai più “alla salvia, alle olive, alla cipolla…”.
“A caso, a caso” e allora Vittoria ne ordina un pezzo alla cipolla. E Soledad si acquieta, prima di sbottare “L’amore non dimentica” in faccia alla cameriera, che ci chiede secca l’ordinazione e il pagamento anticipato, costringendoci a dare il consueto spettacolo della colletta degli spiccioli.
Me ne scivola uno a terra e quando sollevo lo sguardo, a poco a poco riconosco tra la folla Massimo, quanti anni sono passati da quando ci siamo lasciati, quattro?, forse di più, tra urla e inseguimenti e strattoni e mollate e riprese. Lo osservo bere a sorsi avidi dal bicchiere stretto e alto che stringe in mano. Faccio un cenno a Vittoria, mi alzo e lo raggiungo, prima ancora di avere in testa una precisa idea su quello che stia per dirgli.
Quando gli sono davanti, solleva lo sguardo come se avesse palpebre di piombo ed esala un ciao senza staccare le labbra dal bordo del bicchiere; quasi ci fossimo visti l’altro ieri e fosse stato più che sufficiente anche per i prossimi tremila anni. Vorrei fare dietrofront e tornare al mio tavolo senza nemmeno salutare. Invece persevero.
“Come va, Massimo? Tempo fa ho incontrato tuo fratello, mi ha detto che hai trovato un lavoro fisso, magari non è proprio quello che avresti voluto fare nella vita, ma perlomeno i soldi ti entrano regolarmente…”.
Mi sto dando botta e risposta da sola come Vittoria, finché Massimo, con lo stesso entusiasmo con cui mi ha accolto, interrompe il soliloquio.
“Beh sì, da capitano di lungo corso a netturbino, non ho dovuto nemmeno rinunciare alla divisa”.
Comincio a disperare che si possa uscire da quest’atmosfera cartavetrata.
Vorrei dirgli che mio nonno sta morendo, ma se poi non si ricordasse di averlo conosciuto, non credo potrei perdonarglielo.
“Non sei sola, vero?”.
“No, c’è Vittoria, laggiù”.
“Meno male”, lo sento borbottare mentre ci accomodiamo sulle sedie vuote.
Soledad ci osserva senza aprire bocca: scruta Massimo come si guarda un quadro astratto. Poi in un attimo si aggrappa al tavolo, gli occhi fissi alle mie spalle, agguanta la striscia di focaccia e se ne va.
Mi volto, in lontananza la intravvedo raggiungere il suo amico cileno.
“Come va, Vittoria?” riesce finalmente ad esordire Massimo; lei si scosta la tazza dalla bocca, inspira e sembra in procinto di rispondere: invece comincia a inveire, si alza di scatto facendo cadere la sedia dietro di sé e si scapicolla giù per la discesa alla nostra destra; mentre rimbomba il ruggito con cui intima al suo fidanzato di affrontarla, invece di continuare a sfuggirle tra la folla col passo del giaguaro, Massimo mi guarda interdetto: potremmo ragionevolmente decidere di salutarci e porre fine all’imbarazzo che ci paralizza. Invece rilancia.
“Ti va di vedere dove abito?”.
Il tempo di annuire, cos’ho di meglio da fare?, e stiamo già camminando in fila indiana, senza che lui si fermi mai, nemmeno quando un vicoletto amplifica la voce acuta di Soledad, le parole nell’italiano stentato del suo amico e quelle perentorie dei carabinieri che li stanno perquisendo.

Capitolo #3

And Venus was her name

Lungo il tragitto cerco di ritrovare in quel passo marcato qualcosa di familiare, lo cerco con determinazione, forse anche con ansia. Ma nel frattempo lui gira le chiavi nella toppa di un piccolo portone verde scuro e si perde nel buio della stretta rampa di scale di ardesia.
All’ingresso del monolocale ci accoglie un muro totalmente bianco: lo sguardo è frastornato da tanta luce e si muove in cerca di un’interruzione, un’imperfezione che spezzi l’omogeneità di questa stanza priva di dimensione.
Il silenzio si rompe solo quando, lasciandomi cadere sul divano, accartoccio col mio peso una fotografia, il primo piano di una ragazza eccessivamente sorridente. Mentre cerco di ridarle forma, faccio per scusarmi con Massimo, ma incontro il suo sguardo impassibile.
“Una nevrotica, come tutte quelle con cui mi metto”.
Mi piacerebbe pensare che mi stia provocando, sarei persino lieta di riconoscermi nelle parole acuminate di qualcuno che ho amato tanto, pur di riemergere dal sonnambulismo con cui ci stiamo muovendo: ma escludo ogni sua intenzionalità quando comincia a raccontarmi con tono monocorde gli ultimi anni della sua vita, voltato di spalle mentre armeggia rumorosamente nel pensile del cucinotto a vista, quasi avesse un doppio fondo.
Detesto non guardare in faccia il mio interlocutore, ma do per scontato che non lo rammenti.
Non potrebbe chiedermi qualcosa di me? Accetterei persino toccasse il tasto dolente dello studio, no, non mi sono  ancora laureata e preferirei di nuovo vederlo sminuirmi, farmi infuriare, e invece ce ne stiamo qui a ricamare il tempo, come due impiegati ministeriali davanti alla timbratrice.
Cosa so di te, Massimo? Che hai ripudiato i tuoi maglioni norvegesi per queste giacche eleganti dal taglio sartoriale pulito che occhieggiano da ogni angolo del monolocale.
E tu, cosa sai di me?
Decido di immolarmi.
“Mi resta ancora un anno di corso, sai, sono…”.
“Posso offrirti una fetta di meringata?”
Scoppio in una risata complice, ma lui si volta sorpreso: non era una battuta e io sono fuori sincro come il pubblico nelle sit com degli anni Ottanta.
“Davvero non ti ricordi del matrimonio di tuo zio?”, continuo. E gli racconto di quando mi ha salvato da un boccone di torta nuziale alla meringa con una manovra antisoffocamento che ha calamitato l’attenzione degli invitati più del vestito in lurex della sposa: ma il suo sguardo vitreo non è quello di un attore consumato che bluffi, è quello di chi davvero non sa di che cosa si stia parlando.
“Vuoi qualcosa da bere?”. Mi interrompe, la sua voce è attutita, come se venisse dall’interno del mobile in cui continua a tramestare. “Whisky, vodka, gin?”.
“Non hai un po’ di gazzosa?”.
“Gazzosa? Intendi dire Sprite?”.
No, intendo dire proprio gazzosa, hai presente le bottigliette di vetro con la cannuccia a righe colorate che ti allungavano dal bancone quando ancora dovevi metterti in punta di piedi per farti vedere dal barista?
“Va bene dell’acqua, è lo stesso”.
Non mi chiedere se frizzante o naturale, ti prego, non farmi sentire una pervertita, a ricordarmi perfettamente che tu al ristorante cinese mangi solo pollo alle mandorle, che al mattino non fai colazione e che preferisci la doccia alla vasca da bagno. Che poi, chissà se è ancora così.
Quanto sarebbe più semplice se ci cristallizzassimo; e d’accordo, io stento ad accettare il cambiamento, la fine di qualunque cosa. Sono quella che ha lasciato per mesi nel tuo bagagliaio il carteggio tra i miei genitori, all’epoca del loro fidanzamento, incapace di eseguire l’ordine di mia madre di mandare al macero quel cumulo di sentimenti scaduti: finché un giorno ho tenuto solo un biglietto d’auguri, con un buffo pulcino girevole e ho vuotato il sacco delle lettere nel contenitore del riciclo della carta, augurando loro una seconda vita meno risibile.
D’accordo Massimo, ma davvero mi angoscia non trovare traccia di noi in te.
Mi porge un’intera bottiglia di acqua minerale mentre collega la consolle elettronica al televisore; si siede sul tappeto e comincia a giocare, perdendosi in un attimo nel campo da calcio virtuale.
Mentre mi raggomitolo sul divano freddo, riducendo al minimo il mio spazio vitale, sento il tempo passare con due misure diverse, una per me, una per lui: ho l’impressione di appesantirmi, incanutire, confondendomi in questo mezzero di cotone ruvido.
I colori esplosivi sullo schermo mi spingono a trovare sollievo nel rosa delle mie palpebre.
Mi lascio guidare dal filo di luce che intravvedo in lontananza, finché l’oscurità intorno a me si dissolve e riesco a distinguere delle enormi stalattiti e stalagmiti.
“Crescono di un centimetro ogni cento anni”, dice la legenda accanto alle concrezioni.
Un centimetro ogni cento anni. Significa che la mia vita, fino ad oggi, è pari a due millimetri e mezzo. Non faccio in tempo a pensarlo, che le grotte rimbombano con una tonalità viscerale.
Mi metto a sedere sul divano di soprassalto. Massimo è ancora lì che gioca.
Mi fa tenerezza, ora. E mi faccio tenerezza anch’io.
Non posso biasimarlo, io che ho sempre usato la rabbia per difendermi dal dolore. Forse entrambi invidiamo il pachiderma, con la sua cute ispessita che lo protegge dall’esterno. I nostri tentativi di corazzarci verso gli urti della vita ci hanno solo isolati: dagli altri, ma soprattutto da noi stessi.
Erano meglio i maglioni norvegesi, anche se pungevano la pelle.
Vorrei dirgli che è la mancanza di qualcosa che c’era ed ora non c’è più, quella che cerca di sopire coi suoi giochi, coi suoi abiti, con la sua amnesia.
L’amore non dimentica, ma la paura del dolore e della solitudine affoga tutto e tutti, Soledad, questo lo sai bene.
Mi infilo la felpa e lo ringrazio con parole di circostanza,  mentre corro giù per le scale.
Una volta in strada, sento il rumore del mare e mi sembra di vedere la sua spuma delimitare la terra nella notte.
Mi volto svelta verso la finestra illuminata di Massimo: e sono contenta di riconoscere la sua ombra proiettata sulle tende, mentre mi segue allontanarmi.

Il telefono imperterrito continua a squillare, due, tre, quattro volte. Mia madre non dev’essere rientrata, stanotte.
Ah.
Nonno, mi senti? Papà mi sta dicendo che sei morto. All’alba. Abbasso la cornetta. Il sole filtra dalle fessure delle persiane, striandomi di luce i piedi nudi e le gambe.
“Chi te l’ha detto?”, chiedo a mio padre, quasi si potesse trattare di un errore.
Chiudo gli occhi e ti vedo, nonno.
Ho circa cinque anni, c’è una festa a casa nostra, un giradischi e tanta confusione. Vado da mio padre e gli chiedo di insegnarmi a ballare. Quando mi vedi tornare a sedermi sul divano, dissuasa in malo modo, mi dici con calma: “Se vuoi danzare, devi sentire il tempo”.
“Non c’entrano le nuvole e il sole, vero?”
Mi afferri la mano, la posi sul mio petto.
“Lo senti adesso?”. E poi mi spingi verso il centro della sala, e fai sì con la testa quando inizio a ballare.
E ora te lo posso dire, nonno, per molti anni ho creduto che il battito del mio cuore fosse il Tempo, che fosse dentro di me e che bastasse assecondarlo perché tutto filasse; e quando, a poco a poco, ho scoperto di avere frainteso, mi sono vergognata.
Ma, soprattutto, ho cominciato a stare peggio; e ad essere meno vera.

“Lo teniamo”, mi sussurra Vittoria al funerale, dimenticando di non avermi anticipato nulla. Il suo plurale mi fa presagire che il ricercatore si sia definitivamente risolto a mettersi con lei. A smetterla di defilarsi a giorni alterni.
“Per una volta non sono fuori tempo massimo, dirà mio padre”, aggiunge con un  mezzo sorriso.
“Sei contenta?”. Mi sembra la cosa più importante. Niente di più vero.

Collage di Ottavia Marchiori

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