Nel mese del sole rosso

Milena Pesole

Castelnovo Pieve – Andrea Herman

Per prima cosa ci furono gli uccelli. Tutti fissavano imbambolati gli stormi e non pensavano alla strada e così gli incidenti automobilistici aumentarono vertiginosamente. Da quel momento l’aria cominciò a odorare di rancido.
Mia madre aveva un motto: eyes on the prize. Occhi sull’obiettivo. Sul premio. The prize. Che fosse una parete rocciosa da scalare, le erbacce da estirpare dal tetto, il gioco di un appostamento. Cibo. Io le chiedevo “perché non me lo dici in italiano?” e lei mi diceva che dovevo imparare perché sarebbero arrivati gli americani, un giorno o l’altro.
Gli uccelli si lanciavano in picchiata e delle coltivazioni non rimaneva più niente. Strappavano i germogli, scavavano per raggiungere semi, vermi, radici o forse l’anima della terra. Una volta finito il saccheggio ci pisciavano sopra. Così i campi bruciavano. A centinaia, a migliaia. Nessuno poteva farci niente. Gli imbambolati fissavano gli uccelli il cui piscio bruciava i campi. Il vento spargeva la puzza di rancido, di verze cotte lasciate sul tavolo a marcire. Ma io che ne so? Non le ho mai mangiate le verze.
Mia madre disse ciao ciao a tutti, prese una macchina e andò verso il centro commerciale. Lì c’era ancora un po’ di scatolame. C’erano gli stormi in picchiata ed era difficile guidare. Eyes on the prize. A quelli morti semplicemente ci passavi sopra; per questo la strada era viscida e lercia. Dovevi attraversare quel casino cercando di non schiantarti contro qualsiasi cosa. Tipo una volpe. Enorme, rossa e con le orecchie a punta. Le trovavi fatte a pezzi con cani e gatti sulla strada. Ma quella era viva, e lo rimase, anche dopo che mia madre l’investì. Un rottame di volpe, ma viva. La sua auto, invece, un rottame e basta. The prize, l’obiettivo, il centro commerciale, era oltre il boschetto. Se la caricò in braccio. Di che sapeva la carne di volpe? Mia madre non l’uccise. C’era ancora lo scatolame. L’idea era quella di aspettare che ingrassasse per bene, prima. Ma quella le lesse nel pensiero, la fissò negli occhi e la morse sul collo.
Quando mia madre si risvegliò in mezzo all’odore di rancido c’era anche quello di legno bagnato, di gomma bruciata, di centro commerciale, di scatolame aperto. E c’era un uomo con un rottame di volpe in braccio. Rimasero a lungo a guardarsi senza dire niente mentre l’animale si leccava le ferite.
– È la mia volpe – disse lei. L’uomo la posò su un cuscino di fortuna fatto con dei sacchi sporchi e vecchie lenzuola rotte e si avvicinò a mia madre. Prese il pentolino che stava sul fuoco del fornello da campo e glielo diede. Si chiamava Josuè e non sapeva ancora che sarebbe diventato il mio papà.
La volpe li seguiva dappertutto. Si abituò a mangiare dalle mani di mia madre, per questo papà chiamava la mamma Foxy Lady. Si spostavano da un posto all’altro, a volte rubando macchine, a volte a piedi. Si caricavano appresso lo stretto necessario e partivano, ma non andavano molto lontano. La volpe li trovava tutte le volte.
Io nacqui nel mese del sole rosso alle otto di sera. Alle urla di mia madre la vecchia amica dalle orecchie a punta spuntò dall’orizzonte. Mio padre la vide mentre mi tirava fuori, mia madre la scorse mentre sveniva dal dolore e dalla fatica.
– Un giorno – disse lui mentre le lasciava leccare via la placenta dai miei piedi – ti mangeremo sul serio –.
Giocavo con lei a nascondino tra le macerie. Anche papà giocava con noi. Ci confondeva scambiando i miei capelli legati dietro la testa con la sua coda rossa. Per questo mi chiamava Foxy Baby.
Ma io avevo imparato da mia madre. Il premio, l’obiettivo. Pronto papà? Corri! Arrivo prima.
Vincere era bello, ma avevo fame. Eyes on the prize. La volpe.
Una volta ci provai. Lei si era nascosta bene ma io riuscii a trovarla. Era acquattata sotto un vecchio trattore. La presi per le zampe di dietro e cominciammo a rotolare sul terreno in pendenza come due serpi intrecciate.
Le respiravo sopra mentre lei teneva il muso schiacciato per terra. Mi dissi: conta fino a tre e lasciala andare. A cinque odorava di paura. The prize. A sette graffiava forte nel terreno. L’obiettivo. A dieci sembrava piangere. Mio padre mi afferrò per i capelli e mi trascinò via. A letto senza cena.
Poi successe che per giorni non riuscimmo a racimolare niente.
– La bambina ha fame – disse mio padre.
– Ne abbiamo tutti – mia madre prese l’accetta.
– Fallo. Ma non più del necessario – ci fu un colpo secco.
Mi faceva mangiare vicino a lui, mi diceva che era tutto ok. A parte il fatto che cominciava a puzzare di verze marce.
Anche il giorno in cui morì disse “non più del necessario”. Avevo fame. Mangiai. Non saprei dire di che sa la carne di volpe, ma una cosa è certa. Su quella di mio padre sentivo il suo odore anche dopo averla cotta.
Una volta la volpe cercò di rubarmi il pranzo. Si avvicinò piano, si mise ai miei piedi come una specie di statua. Mi puntava, immobile. Smisi di mangiare e sostenni il suo sguardo. Era l’ultimo boccone. Lo poggiai per terra e mi allontanai di un passo. Lei si schiacciò sempre più giù e lo feci anche io. L’ultima falange di mio padre segnava la metà perfetta dello spazio fra me e lei. Fui più veloce, ma ero anche più grossa e avevo lunghe braccia per accorciare le distanze. E comunque se quel giorno non mangiò fu colpa sua.
Afferrai il bottino e lei si vendicò. Si attaccò coi denti al mio braccio. Non riuscivo a muovermi per il dolore. Stringeva forte e agitava la testa con tutto il corpo. Lo avrebbe staccato se non fosse arrivata mia madre. Persi l’uso della mano destra. Eyes on the prize, baby.
La mia volpe mi guarda da lontano. Non giochiamo più insieme. La vedo sulla collina: dietro di lei ci sono tre piccole code rosse. The prize, l’obiettivo.
– Io sarò più furba – disse un giorno la mamma – la prenderò –.
È passato tanto tempo da quando se n’è andata eppure io non faccio che pensarci. Mentre metto a bollire l’ultimo dito della mia mano destra. Mentre saluto con il braccio fasciato la volpe sulla collina. Non è quello che dovrebbero fare i genitori? Nutrire i piccoli? Eyes on the prize. Cosa aspetti a tornare mamma?

Fotografia di Andrea Herman

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