Rosicatori del tempo

Mario Ennio Remo Bianco

Senza titolo – Chiara Casetta

Pochi anni fa sono venuto a sapere dell’esistenza di una sorta di singolare microrganismo: un essere piccolissimo che nella sua vita microbica fa il parassita temporale, ovvero ti si appiccica dietro, magari alla suola delle scarpe, ti si ficca nel bavero, sulla borsa, dalla borsa finisce in tasca poi, magari, quale pidocchio, pulce o piattola si trasferisce sul pube, sull’ombelico o peggio dentro di esso, sotto un’ascella, nel condotto auricolare, in luoghi riposti del corpo, e da lì poi procede nel rosicchiare.
Ma non carne tendini muscoli pelle o un pezzo di orecchio un baffo due riccioli.
No. Lui ti succhia il tempo: sta lì, cheto cheto, silenzioso e intanto ciuccia come un vampiro.
Te ne accorgi perché se scrivi una pagina quella presenta lacune inspiegabili, può quasi svuotarsi di caratteri e di senso, apparentemente da sola. Suoni il sax per diletto e il pezzo viene smozzicato a tratti, qua e là. Ti fumi un sigaretto e quello finisce in polvere tra le dita in trenta secondi, persino le pastasciutte risultano come monche, del bicchier di vino si vede subito il fondo, spesso senza gusto alcuno.
Questi sono i segnali di allarme.
Eri lì che dispiegavi il tovagliolo di fronte al piatto di trenette al pesto che ti aveva preparato l’amica Saveria, poi tiravi su goloso le prime forchettate e la pasta si assottigliava, si riduceva di diametro, il sugo si spegneva di sapore, spariva.
Delusione costante.
Non vi dico nei coiti: tipiche la ejaculatio praecox, se non ante portam.
Cose da disperarsi.
Ci vogliono i cacciatori di rosicanti per beccare questi temibili ma poco conosciuti parassiti. Ma sono tipi difficili da trovare: questi cercatori, sono una specie rara.
Non sono come dei cacciatori di taglie, killers o sicari, che sono criminali esosi, o dei chirurgi famosi, pure loro costosissimi, piuttosto sembrano tipi normali anzi raccomandabili. Essi si mimetizzano da impiegati, ingegneri, artigiani, esseri comuni, non hanno segni distintivi.
Non costano affatto cari, anzi a volte prestano opera gratis, però vogliono che la caccia la esegua tu e ti insegnano una tecnica per la quale i mostricciattoli si sciolgono, o si staccano, si seccano e cadono, volano via.
Ma è una tecnica difficilissima.
Il mio amico  e coinquilino Giovanni Caramagna, ad esempio, ufficiale giudiziario, era ossessionato da obnubilamenti dovuti ad un potente rosicante del tempo che l’affliggeva ingoiandogli o bruciandogli attimi, minuti importantissimi di vita professionale e privata. Ad esempio, sul lavoro, mentre procedeva ad un sequestro di beni, all’apertura di alloggio per sfratto, si ritrovava davanti a questo appartamento e non sapeva perché vi era venuto dacché il batterio cronofago o tempovoro gli aveva fatto sparire brani di tempo, e con esso la memoria, della sua andata nel luogo, per cui di fronte ad estranei, o superiori, si trovava imbarazzatissimo, impallidiva, sudava e s’impacciava, faceva la frequente figura o magra di colui che sbaglia troppo spesso e persevera nell’errore.
Sarò breve su di un esoso psicanalista a cui, quasi disperato, Giovanni si rivolse: il mio amico si accorse, dopo sei travagliate, ma confuse, sedute che lo stimato professionista dimenticava, di volta in volta, quanto lui gli aveva dolorosamente riferito, perdeva la matita, il blocco degli appunti, confondeva date, si assentava con gli occhi per aria. Il suo disturbo poteva essere definito volgarmente come distrazione, di fatto Giovanni dedusse che costui era infestato da peggior parassita che non il proprio, per cui non gli pagò due sedute, anzi lo apostrofò severamente invitandolo a farsi curare da un falegname.
Fu una voce salvifica interiore, una subliminale intuizione che gli fece balzare in testa la parola e l’immagine del falegname. Un’intuizione legata probabilmente ad una sua inconsapevole ma acuta osservazione, un lampo di memoria connessa, con ogni probabilità, ai gesti equilibrati  dell’anziano signor Libero Bertelli, falegname di fino, ebanista, con bottega sita sotto casa nostra, in Via Senofonte 14. 
Caramagna nel giorno medesimo della sua fulminea folgorazione, rivide, come filmati, i gesti sicuri, precisi del Bertelli mentre con varie sgorbie lavorava ad una spalliera in stile barocco; percepì che cotesto stipettaio, lento e misurato, non poteva che essere sanissimo, vivere indenne da qualsiasi contaminazione da vampiro cronofago, anzi pareva esserne vaccinato o forse conoscere metodo e tecnica antiparassitaria.
Il metodo Bertelli consisteva, ed è, quello di essere presente: il che non vuole dire quasi nulla. Cioè l’ebanista, consultato da Giovanni in maniera vaga, forse con eccesso  di circospezione, dapprima lo guardò come matto, poi disse che non voleva fare più l’errore di dire e spiegare perché non aveva tempo da perdere in discorsi del cazzo, né avrebbe insegnato più la sua arte a nessuno poiché mica conveniva, eccetera, eccetera.
Le parole tempo da perdere fecero sobbalzare Giovanni che chiese, richiese, spiegò nei dettagli, insistette, anche implorò tanto da muovere il burbero Libero Bertelli, che, resosi apparentemente più docile, intimò al Caramagna di prendersi qualche giorno di ferie, ché per il metodo suo, vecchio come il mondo, occorreva pratica assidua, manuale.
Furono, i seguenti, alcuni giorni di vera contrastata passione per il mio amico dolente, quindi entusiasta.
Fu sottoposto dal severo ebanista ad una terapia faticosa, consistente nel piantare centinaia di chiodi, perfettamente diritti, in vecchi assi calibrando il gesto, il peso della mano; quindi gli toccò misurare e segare esattamente, con un saracco, una quantità di listelli.
Dopo dovette rilevare le quote di un vecchio, enorme comò, che era da  restaurare, dovette smontarlo tutto con cura estrema, senza far errori né danni, ammonticchiarne ordinatamente i pezzi numerati, fu costretto a osservare, annotare incastri, incollaggi smollati, guasti da tarli, a prendere appunti e farne uno schizzo.
Dopo tre giorni di cura era dimagrito di chili tre e sfinito, ma si sentiva elettrizzato.
Non aveva più risentito i morsi interiori dei rosicanti.
Dopo un’intera settimana di pratica aveva gli occhi accesi e mi confidò che Cristina, sua moglie, lo trovava finalmente più bello e simpatico, benché stanco, più vivace, attento, partecipe, mentre i due figli gli facevano dei sorrisi strani, notando meravigliati le sue mani graffiate e macchiate del liquido detto mordente noce.
Terminati i sette giorni di terapia intensiva mi riferì pure di una sua scoperta che ha dello stupefacente.
Ora vedeva e sentiva la presenza dei cronofagi, individuava subito il loro fermento quando cercavano di insinuarsi nelle pieghe delle sue faccende. Allora si disponeva, assumeva un atteggiamento mentale tale da lasciarsi assorbire del tutto da ciò che stava facendo, come quando era a scuola da Libero, affinché i parassiti non avessero luogo, interstizio in cui penetrare, lavorare e non procedessero nella terribile opera cronofaga.
Disse ancora, quasi sussurrandomi un gran segreto, che questi oscuri vampiri non erano altro che pensieri parassiti che, dopo opportuna, lunga incubazione in un individuo predisposto, poi si animavano, crescevano e prendevano corpo e forma; diventavano quindi forme-pensiero organiche, presentandosi tuttavia come microrganismi. Però, trovato un terreno fertile, cioè un organismo ospite adatto, lentamente e orrendamente potevano aumentare di numero tanto da occupare tutto un corpo umano. Aggiunse ancora, e ciò mi spaventò davvero, che i cronofagi potevano divenire, come ultima meta, una sola colonia polipesca, come i coralli, cioè farsi corpo unico: si arrivava così al generarsi di un uomo fatto di sola scorza di umane sembianze, del tutto parassitato all’interno da un’unica forma pensiero bestiale, per di più contagiosa.
Rimasi fortemente scosso da questa rivelazione e cominciai a guardare i miei simili con occhio diverso, ancora più sospettoso, benché benevolente mai fossi stato.
Mi inquadrai moltissimi uomini politici come infestati da enormi colonie di schifosi cronofagi che diventavano tutt’uno con la loro forma esteriore.
Toccai una soglia suprema di orrore e schifo.
Caramagna Giovanni, dopo le sue ultime confessioni, riprese il suo difficile lavoro non tenendomi però al corrente dei miglioramenti, di eventuali sue nuove scoperte; anzi mi scansò abbastanza.
Lo vedevo che sovente al ritorno dal suo servizio s’intratteneva in misteriosi, vivaci testa a testa col suo maestro Libero Bertelli, poi si recava subito in casa. 
Debbo dire che mi sentii geloso di quei loro incontri a cui attribuivo chissà quali segrete intimità, scoperte o sorprese.
Non volli dare però troppo peso a questa parentesi nella nostra antica amicizia, pensando che fosse momentanea, dovuta ad una labile crisi. D’altra parte anch’io avevo le mie gatte da pelare, avevo da badare a ben altri organismi divoratori, non di tempo, ma di denaro e beni immobili, cioè alcuni famelici esattori di debiti al gioco contratti da mia madre e dal suo fratello e complice, lo zio Giustino.
Dopo circa tre mesi di soli e miseri ciau come va, bene, con Giovanni Caramagna, una sera dopo cena il medesimo mi suonò alla porta, per manifestarmi il punto della sua situazione.
Aveva un aspetto lietissimo, e gli occhi, come al solito, accesi dalla sua anomala eccitazione. Si sedette nel mio soggiorno e mi disse trionfante che era riuscito finalmente a raccogliere scrupolosamente una miriade di parassiti cronofagi disseccati, staccatisi dal suo corpo, e a metterli in un vaso ermetico.
Asserì che ora non gli restava, dopo la fruttuosa raccolta, che metterli in una piccola stufa ad alta temperatura, tipo a carbone, e poi spargere tutte le ceneri venefiche in mare da una barca al largo, almeno a duecento metri dalla costa.
Ancora affermò, stentoreo, che questa era cosa buona e giusta: uno si porta il contenitore con le ceneri in barca, e deve essere assolutamente da solo, per cui non mi invitava alla salvifica cerimonia. Non gli restava che recarsi al mare per liberarsi del sozzo materiale residuo profferendo una segreta formula, che non doveva assolutamente rivelarmi altrimenti avrei potuto farne uso improprio.
Rimasi impietrito, vi dico, perché non ho ancora capito, ora, quale sia il confine tra la saggezza e la follia di Caramagna Giovanni.

Fotografia di Chiara Casetta

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