Pioggia di sangue

di C. Freschi

Tristi tropici – Chiara Casetta

Il sesso è stato bello, come al solito. Certo non è più come le prime volte, quando ogni tasto mi faceva ansimare. Dopo aver rotto con Michele ero stata troppo tempo senza essere toccata, e quando ho trovato Ilaria ho pensato che lei fosse una specie di formula magica. Invece di fantastico c’era solo la mia astinenza.

Comunque no, niente di cui lamentarmi, soddisfatta come al solito. Non avevo sonno, ok, ma questo non vuol dire che sto pensando di abbandonarla, solo non avevo sonno, tutto qui. Non mi dava fastidio rimanere nel letto con lei, abbracciate, volevo solo fare una doccia. Mi è sempre piaciuto fare la doccia nel bel mezzo della notte. Prima non potevo perché Michele ha il sonno leggero, problemi ad addormentarsi, e se non dorme rimane tutto il giorno di cattivo umore, ma Ilaria non mi rinfaccerebbe mai una semplice doccia. Strano anzi che si sia addormentata prima di me, di solito rimane sveglia quasi tutta la notte quando si ferma a dormire qua. La mattina, a volte, la trovo a osservarmi, mi stringe ed emette dei piccoli versi di soddisfazione dalla trachea. Lo trovo inquietante, quindi rimango immobile e faccio finta di essere ancora addormentata. Non se n’è mai accorta, per ora.

Però stasera è crollata subito dopo il sesso. Non ricordo bene il momento in cui si è addormentata, quello in cui io mi sono svincolata dal groviglio di braccia e coperte e mi è saltato in testa di darmi una sciacquata. Ma adesso sono qui, a battere i denti aspettando l’acqua calda che nel nuovo appartamento non arriva mai. Guardo la tenda della doccia e penso se varrebbe la pena di lasciare che il getto si riversi libero sul pavimento solo per staccarla e avvolgermela addosso. Probabilmente no, è di plastica, una cinesata con disegnate due mani insanguinate che qualcuno dei miei amici ha pensato fosse divertente regalarmi. E poi farei troppo casino in bagno, Michele odiava quando si formavano le pozzanghere dopo che mi ero lavata i capelli. Lo so, non è qui a dirmi cosa fare, ma ormai mi sa che mi è rimasto un po’ in testa. Ilaria no, non si arrabbierebbe, o meglio, non so, non l’ho mai lasciata rimanere abbastanza a lungo per vedere i capelli morti che si aggrovigliano nello scarico. Forse ho sbagliato a permetterle di rimanere a dormire qua, troppo impegnativo, troppo vincolante. È un mese che lo penso, ma ormai come faccio a tornare indietro?

L’acqua diventa tiepida. Allungo il braccio sotto il getto e tremo. Non è ancora abbastanza per scaldarmi, mi fa percepire in modo più violento il freddo nel resto del corpo. Ho un morso qui, sul bicipite. Ilaria non era tanto passionale le prime volte, ma io sì, e lei si è adattata. Dopo ogni nostro incontro sembrava che l’avessero pestata. Morsi, soprattutto, non so da dove mi veniva l’idea. Non era nemmeno un’idea in realtà: il mio cervello andava in blackout e pensavo solo a toccare, stringere, infilare le dita in ogni recesso, e se le mani erano già occupate trattenere quella pelle morbida con i denti. Mi muovevo a tentoni sulla mappa della sua consistenza, la ruvidezza di un gomito, la carne morbida di una coscia. A lei piace essere segnata, dice che se li rimira tutti i suoi lividi quando siamo lontane. Dice che la coach della sua squadra di pallavolo amatoriale, nello spogliatoio, una volta li ha visti e le ha detto che siamo malate. Sembrava orgogliosa quando me lo raccontava; sono sicura che lo fosse. L’allenatrice non sa neanche chi sono, ovviamente. Adesso non so più se la mordo perché ne ho voglia o per punirla del fatto che rimane qua, accanto a me, tutta la notte, una o due volte la settimana.

Vorrei mettere della musica, mi piace cantare sotto la doccia. Ma non posso, la sveglierei, e poi anche il vicino si lamenterebbe, che è divorziato e oggi ha i due figli adolescenti con sé. Ogni volta che mi trova sulle scale, da quando Ilaria ha iniziato a fermarsi da me, mi fa un sorriso strano, compiacente. Forse me lo immagino. I figli invece non hanno capito un cazzo, e se il fattorino sbaglia la consegna e porta a loro il cinese da asporto per due, gli rispondono che è per la “signora del piano di sopra”. Che stronzi, non sono poi così vecchia.

L’acqua è calda finalmente, anche troppo. Aspetto a rimettere il pomello su tiepido, voglio testare quanto sopporto la temperatura eccessiva, voglio vedere la pelle delle spalle rossa fuoco. Brucia su tutte le piccole ferite che mi ha lasciato Ilaria, un piccolo piacere solo mio; sono sicura che mi sgriderebbe se mi vedesse: in fondo non le piace farmi male. Lo fa perché piace a me. È triste. Forse non abbiamo molto in comune. Lei era una foto su Tinder, io ero ubriaca e sola in casa e nella sua breve descrizione c’era scritto che non aveva figli. È solo questo che mi ha conquistata? No, le spalle larghe anche, il naso aquilino, gli occhi chiari, di che colore? Verdi, verdi come l’acqua, vero? Che stronzata.

L’acqua ora si sta raffreddando, esce a singhiozzi, come fosse una sostanza melmosa, quasi sporca. Dovrebbe farmi schifo, chissà che c’è nelle tubature. Le avevano interrotte per un lavoro di riparazione oggi? Mi era arrivata una mail? Chi se ne frega, chi se ne frega anche di Ilaria, mi godo il momento, lei è qui per farmi provare qualcosa, come quest’acqua ormai tiepida. E canto, a bassa voce per non dar fastidio al vicino, al Michele che abita ancora la mia testa, per sopportare questa sostanza viscosa che mi fa tornare i brividi e mi fa sentire appiccicosa, Psycho killer, qu’est-ce que c’est. Forse dovrei troncare; non è più quello che avevo chiesto, una cosa fisica, fammi sentire che non sono sola, prenditi il mio corpo e facci quel che ti pare, basta che non lo lasci a me, mi pesa troppo, così appesantito. Forse dovrei troncare, si sta avvicinando troppo. Vuole raccontare di me ai suoi amici, e io voglio vedere Daniele e Stefania e Livia con cui chiacchiero su Tinder nelle sere in cui sono sola a casa e ubriaca.

È rossa quest’acqua, penso di avere le allucinazioni per un momento, ma poi guardo il braccio, il livido sul morso, e tutto viene coperto di una sostanza vermiglia, dall’odore pungente. Mi viene l’impulso di urlare, chiamare Ila, dirle di andare a controllare, per favore, la caldaia, presto. Poi mi rendo conto: è sangue? E allora non posso dirlo a Ilaria, a Michele, al vicino, no, è troppo strano, c’è da vergognarsi, deve restare un segreto. Dalla mia doccia sta uscendo sangue, dovrei essere terrorizzata, invece provo imbarazzo, spero che non lo venga a sapere nessuno. Forse… ho per caso ucciso qualcuno? Se uccidessi qualcuno e ne nascondessi dei pezzi nella caldaia, la doccia sputerebbe sangue? Non credo proprio. Ho ammazzato Michele l’ultima volta che è venuto qua, solo come amico, e mi ha raccontato della sua nuova fiamma. È lui che mi ha uccisa una delle volte che non aveva dormito, che era troppo nervoso. O forse Ilaria. L’ho morsa troppo, non ha avuto il coraggio di dirmi che non andava bene, ha lasciato fare. Forse l’ho mangiata e sputata nell’acquaio. O i figli del vicino. Mi chiamano “signora”, mi danno fastidio, sono troppo giovani. 

No, no, sono abbastanza sicura, non credo di aver ucciso qualcuno, troppa paura delle conseguenze.

E allora cos’è questo sangue? Rimango sotto la doccia, immergo la testa nel getto e i miei capelli si tingono di quel rosso, di quell’odore così familiare. Un sangue denso, scuro, acre. È vita, lo riconosco dal fetore rancido, è sangue mestruale. Alzo la testa: benedicimi, sangue. Rido, rivoli di liquido denso mi scendono sulle labbra e mi sale un conato dalla gola. Sono ubriaca di decomposizione e rinascita. Che ci fai qua? Vorrei chiederglielo, ma è solo mestruo, non si può parlare col mestruo, soprattutto quando non è il tuo. Così rimango a cantare, con la speranza di potermi nascondere in questa palude per sempre. Alzo le mani a coppa, cerco di raccoglierlo, non voglio che mi sfugga dal corpo come sta facendo. Ilaria una volta mi ha detto che secondo lei la vita si divide fra chi fugge e chi rincorre. Mi è dispiaciuto, ho pensato che fosse chiaro il sottotesto: lei si sente un maratoneta, io sono sempre un chilometro avanti. Ha accettato il nostro accordo con grazia, niente relazione convenzionale, perché mi soffoca e non ci credo più: solo vederci quando ne abbiamo voglia, senza doverlo raccontare al mondo. Ma poi credo che abbia sviluppato dei sentimenti, credo li nasconda nelle pieghe delle mie coperte quando rimane a dormire, e la notte dopo rimangono lì a soffocarmi. Forse dovrei troncare, non voglio rimanere impigliata in questa relazione. Ma qui, in questa doccia, sì, voglio rimanere incollata a questo sangue che è solo corpo, niente convenzioni.

Il sangue continua a scorrere, non si ferma come avevo creduto. Dovrei avere freddo, in questo tepore avvolgente troppo gelato per me. Mi ha avvolta completamente, formando uno scudo dal mondo esterno, che mi copre le membra e le ferite, che mi entra nella vagina, nell’ano, nelle narici e blocca le vie respiratorie con il suo miasma. È una calda fine. Ma poi inizia a staccarsi e mi lascia respirare e mi viene da piangere per la perdita. Si scolla pezzo per pezzo, sento i peli sulle braccia drizzarsi e tirare per il distacco e aspetto cantando ancora, gemendo un po’. Se ne andrà giù per lo scarico? Mi abbandonerà? È questo il mio crimine, o è la mia punizione? Non ho neppure capito quale fosse la mia colpa, eppure ho già ricevuto il castigo. Non aver saputo trattenere la rabbia di Michele, è questo? Voler essere sola e cacciare Ilaria, è questo? Non voler essere sola ma non sapere come fare, è questo? L’essere umano non è fatto per una sola persona, non può donarsi a un solo uomo o donna ed essere felice, questo, questo è contro natura. E la mia colpa è questa? Seguire la natura sì, dovrei seguirla in fondo allo scarico della doccia coi capelli caduti e già morti che vegetano aggrovigliati a quelli vivi sulla nostra nuca per giorni e giorni, come l’epidermide decomposta che laviamo via nelle abluzioni mattutine.

L’acqua sta tornando limpida, mentre io sono troppo intontita per comprendere. Non ho il coraggio di guardare lo scarico perché vedere quel mestruo gettato nel flusso continuo dei nostri scarti sarebbe troppo tragico, non farei nemmeno in tempo a raccoglierlo fra le mie mani e coccolarlo. Non posso piangerlo a pieni polmoni perché Ilaria mi sentirebbe, i figli del vicino mi sentirebbero, il ricordo di Michele nella mia mente mi sentirebbe. Così singhiozzo sommessamente, e poi sento un formicolio lieve sul piede. Abbasso gli occhi, e il sangue è lì, raggrumato, si sta alzando dal piatto della doccia e mi accarezza in una stretta viscosa. È solo un vortice, ma sta prendendo forma velocemente. Vedo uno spuntone che ricorda un braccio, che mi sale fra le cosce, poi un altro che mi cinge un fianco. Vedo il turbine inferiore separarsi in due gambe, il sangue roteare come in un tornio, formando fianchi e una via stretta e invitante. E alla fine una testa, senza tratti, senza capelli né sopracciglia, solo spigoli e rotondità. Ne riconosco i lineamenti, sono quelli di Ilaria, non la Ilaria che suda addormentata fra le mie coperte e le preoccupazioni del giorno dopo. Ilaria nella sua forma primaria, più vera, più ferale. È bellissima. Mi chino per baciare quel mestruo, quell’essere solo corpo e sostanza. Il sangue mi stringe, mi penetra in ogni anfratto e gemo. Lo sento scivolare su una natica, avvolgermi, è in ogni punto di me contemporaneamente. Sulle cosce, sul clitoride, dentro di me. Liquido e ubiquo. Cerco di mordere, ma i miei denti affondano nel sangue e si ricongiungono, arcata contro arcata, in uno scontro gutturale. Il sapore richiama di nuovo un conato. Ma capisco che è questo ciò che mancava a tutti i miei exploit: varcare la soglia della carne per compenetrarmi in un altro essere. Io e il mestruo, in un corpo solo, senza barriere, il corpo che sfuma in sangue, l’estasi si mischia al dolore. È così vero, senza parole, senza convenzioni. Non voglio più uscire da questa piccola scatola odorosa.

Fotografia di Chiara Casetta

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