Suicidio – Il mio quarto racconto poliziesco

di Giovanni Peparello

Ci fosse mai – Julio Armenante

Penso spesso all’autobiografia che scriverò quando sarò ricco. Sarò uno scrittore autorevole. Sarò apprezzato dalla critica e dalle masse. Avrò venduto milioni di copie in tutto il mondo. Il mio ultimo libro sarà la mia autobiografia. La scriverò appena prima di ammazzarmi. Dopo aver deciso di scriverla, dopo essermi accordato con la casa editrice, dopo aver fatto leggere le bozze all’editor, consegnerò la stesura definitiva del testo. Quelli della casa editrice saranno molto felici di poter pubblicare la mia autobiografia. Penseranno di poter guadagnare molti soldi. Penseranno che sarà sicuramente un’opera unica. Non sapranno però quale sarà la sorpresa che avrò in serbo per loro.

Quando consegnerò la stesura definitiva all’editor, nelle prime pagine apparirà un capitolo fantasma. Appena prima del capitolo iniziale, quello stesso capitolo che l’editor aveva già visto e commentato, avrò infatti aggiunto uno strano prologo con uno strano titolo: Storia del mio suicidio. In questo strano prologo verrà descritto per filo e per segno il modo in cui starò per ammazzarmi. L’editor scoprirà il nuovo capitolo, sghignazzerà, e inizierà incuriosito a scorrere le pagine: “Mi ammazzai il 17 febbraio del 2036, tagliandomi le vene nella stanza d’albergo in cui alloggiavo da tre giorni”, sarà scritto nella prima riga. L’editor sarà sorpreso: «Uhm», penserà, «fammi un po’ vedere che giorno è oggi: ah», si dirà, «è proprio il 17 febbraio del ’36, eh-eh-eh», ridacchierà, «che burlone quel Peparello». Eppure sentirà un brivido: un singolo brivido gli scenderà lungo la schiena. Continuerà a scorrere le pagine, e pian piano comincerà a notare qualcosa di strano: vedrà comparire nel testo dei nomi che conosce, dei nomi verosimili, dei nomi appartenenti a persone reali; queste persone reali saranno descritte nell’atto di compiere gesti, dei gesti che avranno luogo quello stesso giorno, il 17 febbraio del 2036. Quello stesso giorno in cui l’editor starà leggendo la prima stesura. Quei gesti, al momento della stesura del testo, al momento in cui avrò scritto la mia autobiografia, si saranno svolti nel futuro. Sì, penserà l’editor, questo che sto leggendo ora è stato il futuro nel momento in cui Giovanni Peparello ha scritto queste frasi, ma adesso, il 17 febbraio alle – guarderà l’orologio – alle 14.35, queste frasi che sto leggendo sono il presente, o forse, addirittura, il passato.

A dare l’allarme fu proprio il mio editor”, leggerà trasecolando, “subito dopo aver letto queste righe. Sulle prime, leggendo l’autobiografia così come la avevo modificata, pensò a uno scherzo, a un divertissement – alla solita trovata macabra del Peparello. Ma poi, andando avanti nella lettura, trovando tra le righe quegli stessi macabri pensieri che avevano iniziato a serpeggiare in lui prima ancora che se ne accorgesse, il sorriso cominciò a sparirgli dalle labbra. Tuttavia, pensando già alla risata con cui l’autore avrebbe sicuramente liquidato una sua chiamata preoccupata, decise di proseguire la lettura. Andò avanti un altro paio di righe. Sarebbe stato ridicolo chiamarlo solo per aver letto queste cose, pensò. Conosco bene il suo stile, la continua commistione tra la cosiddetta realtà e la cosiddetta menzogna. Pensò: non è la prima volta che fa questo genere di giochi. Eppure, più proseguiva nella lettura più le parole si facevano inquietanti. Perché aspettare, allora? Una chiamata non sarebbe stata una cosa eccessiva. Sarebbe bastato un semplice squillo, facendo lo gnorri, dicendo una cosa generica e scontata, senza preoccupazione, come ad esempio: «Ho appena ricevuto la stesura definitiva, non vedo l’ora di cominciare a leggere». La sua dignità di uomo avrebbe retto di fronte alla pernacchia con cui l’autore avrebbe potuto rispondere al telefono – viceversa, nella malaugurata ipotesi in cui Peparello si fosse ammazzato, avrebbe dovuto convivere per il resto della vita con la certezza di aver ignorato un grido d’aiuto così esplicito. Arrivato a questo punto, pensò, potrei chiamare anche adesso. Perché no? Pensò che non ci sarebbe stato niente di male a chiamare proprio in questo momento, proprio mentre stava leggendo questa frase.

Ma dopo una frazione di secondo si riscosse: storie!, si disse, come posso farmi allarmare per una cosa così sciocca? Mi sembra già di leggere più in basso, con la coda dell’occhio, le parole con cui mi prenderebbe per culo. Dopo tutto, quanto manca alla fine del paragrafo? Controllò: pochissimo! Quante cose possono succedere in dieci righe! Quante cose potrà dire con le ultime parole? Per esempio, non so, potrà pure ammettere che è stato tutto uno scherzo, una presa in giro. Vedi? Con la coda nell’occhio qualche riga fa mi era giusto sembrato di aver letto la parola gioco, o presa in giro, o buffonata, o la frase è stato tutto uno scherzo, perché te la prendi?, a conferma del fatto che l’autore si sta prendendo gioco di me!, pensò ancora l’editor. Rimase di ghiaccio, però, quando si rese conto che le parole che aveva spiato, precorrendo di poche righe i propri passi, erano proprio quelle che aveva appena passato.

Così, titubando titubando, la cosa era fatta: era giunto alla fine del capitolo. E si trovò a concludere la lettura esattamente quando doveva concluderla. Si sentì un po’ fregato. Si spaventò. Successivamente, quando tutta la vicenda fu conclusa, si sentì pure in colpa.

Qualche ora dopo tuttavia si consolò, scoprendo che, in ogni caso, anche se avesse agito tempestivamente, non avrebbe potuto far nulla. Non avrebbe in alcun modo potuto salvarmi: mentre stava leggendo questa frase, infatti, io ero già bello che morto. Poco più tardi, quando il personale dell’albergo entrò precipitosamente nella camera 136, mi trovò disteso tra le lenzuola inzuppate del mio stesso sangue”. Finito di leggere, l’editor si sentirà un po’ idiota. Fingendosi sovrappensiero, soprattutto con sé stesso, penserà di chiamarmi al cellulare. Ma poi penserà: quella maligna testa di cazzo saprà sicuramente che io ho ricevuto il testo, avrà saputo che lo ho letto nell’esatto momento in cui lo stavo leggendo, dopotutto è su un cazzo di documento Drive. Facciamo così, penserà, chiamerò per scrupolo l’albergo che ha indicato nell’autobiografia e sentirò se alloggia lì dove ha detto. Se non sarà così, non avrò motivo di preoccuparmi. Se invece sarà così, vedrò cosa fare. Di solito è molto arzigogolato anche nelle buffonate, c’è anche il caso che si sia sistemato lì in una camera giusto per farmi sentire un coglione. Così l’editor chiamerà all’albergo indicato nella mia autobiografia e chiederà se per caso il famoso autore di bestseller Giovanni Peparello alloggia lì, nella camera 136. «Un attimo solo», risponderà il concierge prima di scorrere l’elenco degli ospiti. Ecco, in quel momento di silenzio l’editor si sentirà un perfetto idiota. A questo punto, penserà, avrei proprio potuto chiamarlo al cellulare: cosa sarebbe cambiato? Si riscuoterà dai pensieri sentendo di nuovo la voce al del concierge: «Ehm, sì, ecco: il signor Peparello, famoso autore di bestseller tradotti in tutto il mondo, alloggia proprio alla camera 136, ma ha pregato di non essere disturbato almeno per tre giorni. Dice che sta finendo di scrivere la sua autobiografia». Momento di gelo. L’editor deglutirà rumorosamente. Poi, sforzandosi di mantenere una voce ferma, dirà: «La prego di recarsi immediatamente alla camera 136: ho motivo di credere che il vostro ospite si sia suicidato». E indovinate un po’? Il personale dell’albergo mi troverà disteso tra le lenzuola inzuppate del mio stesso sangue.

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