Il tempo delle cose

di Gianni Somigli

Un mattino, all’improvviso – Chiara Casetta

Pinzauti Attilio affonda nella poltrona bianca che gli ha indicato la segretaria dandogli del tu: «Ciao Attilio, ti stavamo aspettando», gli ha detto quando è arrivato, e Pinzauti Attilio si è concentrato sui muscoli facciali che agiscono sulle labbra per sorridere come quelli che sorridono così, alla sprovvista.

Pinzauti Attilio posa la cartella di cuoio marrone sulla poltrona di pelle bianca: la cartella pesa. Dentro c’è il suo romanzo. Quasi seicento pagine, solo fronte, in due copie. Quasi seicento fogli e quasi seicento fogli: quasi milleduecento fogli. Sono fotocopie. L’originale, il manoscritto battuto a macchina, è al sicuro, a casa, dentro l’ultimo scaffale, quello a angolo, del mobile in legno di castagno senza intarsi, in sala da pranzo. Nessuno sa che è lì, sepolto come un tesoro in una scatola di biscotti Avemaria. Anche sua moglie, Pinzauti Attilio crede che anche lei ignori che dentro al mobile in sala da pranzo si cela il suo romanzo. Il suo libro. La sua opera prima. Il suo grande lavoro. La sua rosa che è sbocciata.

La segretaria non arriva ai trenta e ha una camicia viola e una testa piena di riccioli; torna dietro la scrivania bianca e prima di rimettersi a lavorare guarda Pinzauti Attilio e gli dice: «Solo qualche minuto di pazienza, il capo sarà subito da lei».
Pinzauti Attilio ringrazia e si sistema un lembo della giacca di flanella più grigia dei suoi baffi grigi e delle sue folte sopracciglia grigie e dei peli che escono dalle sue orecchie, grigi. Gli era rimasto piegato sotto una coscia. Si accorge solo adesso di non essersi tolto il cappello. Lo disindossa e se lo appoggia sulle ginocchia. Il cappello è grigio come i suoi pantaloni.
Si tira su gli occhiali mentre tiene una mano ruvida e dalle vene sporgenti sulla cartella di cuoio. Sul mio lavoro, pensa il vecchio, come ad assicurarsi che ci sia, che sia davvero lì, materialmente lì. Pinzauti Attilio vorrebbe pizzicarsi una guancia e si chiede perché abbia aspettato tanto ma poi alla fine non è che sono domande che abbiano senso, ora. Ora non ha senso tormentarsi con domande del genere.

Le cose vanno come devono andare.
Lo sa. L’ha sempre saputo. L’ha sempre accettato.
“Ogni cosa a suo tempo”, diceva sempre suo padre quando era piccolo.

Pinzauti Attilio era piccolo, ma suo padre aveva già i capelli bianchi e radi e c’erano rughe sulla sua faccia, come quelle che adesso, come una colata lavica, spingono verso terra la faccia Pinzauti Attilio.
“Ogni cosa a suo tempo”, diceva suo padre quando gli chiedeva un regalo. Di andare a fare una passeggiata. Di andare a vedere il mare. Ma il tempo delle cose non arrivava mai, o quando arrivava non combaciava più coi desideri di bambino e però ogni cosa a suo tempo e il tempo scivolava sempre un pezzetto più in là, fuggevole e indistinto, e senza traiettorie leggibili. Così Pinzauti Attilio si era abituato a vivere recintando sogni e pretese in perimetri sempre più angusti, con il tempo delle cose a vorticare e sciamargli intorno, oltre lo steccato invalicabile del quotidiano.

La poltrona è come se volesse mangiarselo, Pinzauti Attilio. Come se lo volesse inglobare.
«Sei centodieci chili, di che ti meravigli?», lo angustierebbe sua moglie se fosse con lui in quel momento. Sua moglie, lei non baderebbe alla segretaria. Non farebbe nulla per mitigare il nervosismo di suo marito. La sua ansia da prima volta.
Sua moglie gli direbbe: «Stai in piedi, che eviti almeno questa, di brutta figura».
Allunga le dita e tocca di nuovo la cartella di pelle: è lì, è sicuro, è materia.
Sua moglie è lì, come sempre, anche se non c’è, come ogni assillo che si rispetti.
Quasi senza pensarci Pinzauti Attilio si sfiora la pancia prominente, quasi a benedirla, quasi a perdonarla. Si risistema.

Sulla piccola consolle che divide le due poltrone della sala d’attesa ci sono riviste che parlano di libri e di viaggi; sulle pareti, le copertine incorniciate delle pubblicazioni dell’editore che sta aspettando di incontrare. Pinzauti Attilio scaccia il pensiero della moglie e prende una rivista. Ci sono le foto di una ragazza in bikini che nuota con un delfino in mezzo a una miriade di pesci di tutti i colori.
La mente di Pinzauti Attilio si riempie di onde e di vento e di un ricordo: gli squali balena del Borneo. Ogni cosa a suo tempo, anche i rimpianti.
Aveva visto un documentario, una sera, con la sua tazza di caffè d’orzo tiepido e una coperta di tweed sulle ginocchia. Sua moglie nella stanza accanto, a cucire o chissà a far che.
“I pescatori del Borneo”, diceva la voce narrante alla televisione, “hanno stretto un patto con questi giganteschi predatori: i pescatori del Borneo danno loro da mangiare e gli squali evitano di devastare e saccheggiare le loro reti da pesca”.
Pinzauti Attilio aveva sognato a lungo di affiancare i pescatori del Borneo, a piedi nudi e col sudore sulla fronte, sulle loro piattaforme in mezzo al mare. Di rovesciare secchiate di sardine nelle enormi bocche spalancate in attesa di quegli animali potenti e ancestrali e meravigliosi e inconsapevoli, a cui sarebbe bastata una piccola spinta verso l’alto per mangiare Pinzauti Attilio e quei piccoli pescatori bruni. Ma loro non lo facevano. Lo squalo balena aveva imparato a saziarsi, magari sognando massacri in potenza. Forse aspettando. Ogni cosa a suo tempo.

Pinzauti Attilio non aveva mai visitato il Borneo.
Aveva sempre avuto paura di volare. E anche le navi lo spaventavano.
Questo pensava Pinzauti Attilio, anche mentre uno dei suoi colleghi più giovani, un ragazzo bello e sfrontato arrivato in ufficio da poco, gli aveva raccontato dell’estate che aveva trascorso in crociera e che quella non era una crociera normale come quelle che potete fare voi vecchi, gli aveva detto: era una di quelle crociere in cui si sta nudi, al limite travestiti e mascherati, e in cui tutti possono scopare con tutti se lo vogliono e qualche volta anche se non lo vogliono. Lui, gli aveva raccontato, faceva parte dell’equipaggio. Del servizio d’ordine. E quindi osservava tutta questa gente scopare a ogni ora e senza alcuna remora e però più che guardare e masturbarsi ossessivamente a fine turno non poteva fare. Secondo chi lo aveva assunto, almeno. Perché per tre giorni o quattro il giovane aveva svolto il suo compito come richiesto dal contratto, vigilando e richiamando all’ordine in caso di bisogno e portando in cabina chi non si reggeva sulle proprie gambe per via dell’alcool. Ma dopo tre giorni o quattro il ragazzo aveva iniziato a pensare: fanculo loro. Ogni cosa a suo tempo. Senza farsi notare aveva iniziato a partecipare alla festa, negli angoli più nascosti della nave, o nelle cabine chiuse a chiave. “Il prossimo anno ci porto anche te”, aveva detto a Pinzauti Attilio; Pinzauti Attilio riusciva a pensare solo che il mare aperto lo spaventava anche più del cielo aperto.
Gli squali balena e i pescatori del Borneo e le donne e gli uomini senza vestiti che si accoppiano senza freno con le maschere da tigre o brigante, Pinzauti Attilio li aveva guardati, qualche volta, che si rincorrevano fuori dal suo recinto, fuori da quella prigione: dentro il perimetro, i suoi piedi nudi sprofondavano su un manto di neve intonso come quello di un bosco in cui gli animali sono tutti nascosti dentro la propria tana e di orme in giro non ce n’è.

La segretaria lo distoglie dai suoi pensieri facendolo sussultare: «Attilio, gradisci un caffè, un tè, dell’acqua magari?», e la sua voce è morbida come quella di quella voce di una notte di tanti anni fa, quando Pinzauti Attilio avrebbe potuto fare una scelta diversa se ne avesse avuto il coraggio e chissà cosa sarebbe successo se avesse deciso di accompagnare a casa quella donna, come gli aveva chiesto lei, invece di tornare da sua moglie subito dopo la cena coi colleghi. Ma ogni cosa a suo tempo, mentre il tempo si frammenta e si fa cenere nera che ricopre ciò che sarebbe potuto essere e che invece non sarà più.
«No, grazie», risponde Pinzauti Attilio, riguadagnando la sua rigida posizione di vedetta; sto bene così, avrei potuto almeno dire, che maleducato che sono, chissà mia moglie che brutta parte mi avrebbe fatto, pensa.
«Ancora qualche minuto e il capo è da te», gli ripete sorridendo la segretaria. Sua moglie non è mai stata bella neanche la metà di questa ragazza, confida Pinzauti Attilio a sé stesso, ancora incredulo per essere lì, in quel momento, frastornato per essere stato davvero richiamato da quell’editore.

Per tutta la vita è stato in attesa.
Pinzauti Attilio ha aspettato tutta la vita che maturasse il tempo delle cose. Ogni cosa a suo tempo. Anche il libro che avrebbe sempre voluto scrivere. Il suo sogno proibito. Il suo tesoro prezioso. Un solco sulla terra, una traccia del suo passaggio nel mondo.
Quanti fogli di quaderno scritti a penna sono diventati palline di carta in un cestino. Quanti fogli di carta scritti a macchina sono finiti nel dimenticatoio.
La sua macchina, la sua adorata Olivetti Lettera 32. Quando la vide su quella bancarella fu come se una corrente marina lo avesse preso da un abisso buio e sollevato attraverso la luce su, fino in superficie, e poi più su, e poi più su, fino alle nuvole morbide come la carezza di una mamma, per vedere cosa c’era molto molto lontano dal suo recinto. Ma ogni trama, ogni spunto, ogni idea evaporava quando si sedeva davanti alla macchina sicuro che il tempo delle cose fosse infine arrivato. Ogni sua trama, ogni spunto, ogni idea, a pensarci adesso Pinzauti Attilio non può fare a meno di pensare a ognuna di loro come uno di quei pezzi di pane che quando lo maneggi ti sembra così croccante e così compatto e così materiale, così pieno e così vero, e che invece quando lo tagli e lo vedi dentro è pieno di bolle, di bolle d’aria: è pieno di vuoto. Un po’ com’era stato lui troppo a lungo.
A Pinzauti Attilio viene da sorridere, ora, ripensando a quei momenti angosciosi in cui il tempo delle cose sembrava non venire mai.

Prende la cartella di cuoio marrone e la stringe al petto, perché è lì che tutto è nato; è lì che – l’ha sentito chiaro come un colpo di cannone – qualcosa, un giorno, si è sbloccato. Un rumore inconfondibile, un cancello rugginoso che si spalanca, un recinto che si disigilla: una via d’uscita per gli spazi di vuoto dentro al pane, che lui le ha viste volare via, quelle bolle lì, ed erano leggere e traslucide e sembravano proprio bolle di sapone.
Il suo libro, il suo primo grande lavoro, il debutto letterario di Pinzauti Attilio era così venuto alla luce senza gestazione e senza doglie, lievitato silenzioso come il pane senza bolle, come la vita senza tempo.
A ripensarci ora, ora che le parole le sente sue come le sue ossa, neanche ora Pinzauti Attilio saprebbe spiegare il miracolo – il miracolo! – che si era compiuto e che ora viveva su quelle pagine, quasi seicento, quasi milleduecento, dentro la cartella di cuoio che stringe al petto come fosse il figlio che non ha mai avuto, la promozione che non ha mai avuto, il viaggio che non ha mai fatto, il miglior amico che non ha mai avuto, il grande amore che non ha mai avuto, e sente che quando l’editore avrà accettato il suo primo, grande romanzo, il tempo delle cose forse sarà davvero arrivato e che anche se non ha più l’età per troppe imprese il recinto è ormai crollato.

Forse, adesso troverà il coraggio di rispondere a sua moglie nel modo che si merita. Anche di mandarla a quel paese, forse.
Forse penserà davvero di farsi una crociera, forse da solo.

Più realisticamente, Pinzauti Attilio pensa che ogni cosa a suo tempo: posso partire dal sorridere alla segretaria con un sorriso che non ricordi quello di un condannato a morte, e magari complimentarmi con lei per la sua gentilezza, e perché no: magari anche per la sua bellezza.
Si volta verso la ragazza che è impegnata in una telefonata: parlotta amichevole e suadente. Calda e bellissima.
La segretaria si accorge che Pinzauti Attilio la sta guardando e gli rivolge l’ennesimo sorriso. Pinzauti Attilio china la testa come un gentiluomo del secolo scorso. La segretaria sorride di più, e sembra illuminare la sala intera; poi gli sorride anche con gli occhi e con una mano copre il ricevitore della cornetta e allunga il mento in avanti, accennando alla porta dell’ufficio dell’editore: «Ci siamo, Attilio», gli dice. Pinzauti Attilio la guarda e pensa che se esiste una dea dell’amore deve avere una cascata di riccioli come quelli di lei.

La porta si apre, ne esce un uomo con dei fogli in mano. Avrà cinquant’anni, i capelli brizzolati, il fisico di chi la mattina è in strada prima del Sole per correre e sentirsi al suo posto nel mondo. Uno di quegli uomini a cui forse non importa del tempo delle cose. Chissà. Si avvicina con delicatezza, si siede su una delle poltrone a fianco. «Pinzauti Attilio?», chiede. «Sì». Allunga una mano e la poggia sulla spalla dell’anziana donna con gli occhi lucidi. «Lei è la moglie di Attilio?», chiede.
«Sì».
«Mi dispiace, signora», dice, «suo marito se n’è andato».
La donna cerca di trattenere le lacrime. «Ce l’aspettavamo», dice la donna. «Ero pronta. Era tempo».
Il dottore le stringe le mani in mezzo alle sue. «Era sereno quando se n’è andato, signora, e so cosa pensa, che queste sono frasi di circostanza, di quelle che si dicono a tutti quelli che perdono un caro, ma mi creda: quando suo marito se n’è andato lo era davvero, sereno. Sembrava così in pace. Sembrava sorridere, signora».
«Come se stesse sognando di realizzare un sogno, fa lei».

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