Epìgnosis

di Gabriele Valenza

Feto – Julio Armenante

Le 7:15 lampeggiavano in rosso sul display della sveglia mentre il suono lacerava il silenzio. I fori della serranda erano infuocati. Dalla strada risalivano clacson, rombi di motori e vocii confusi.
Mauro spense quella dannata sveglia e si sedette sul bordo del letto. Da circa un mese udiva una sorta di cigolio rimbombargli nelle orecchie, ma i medici non avevano riscontrato nulla. È psicologico, gli aveva detto il suo otorino.
Alle 8:30 era già seduto alla sua scrivania, in ufficio. La stanza aveva pareti marroni, armadietti di metallo ed era illuminata da un vecchio neon la cui luce tremolava. Non c’era aria condizionata e l’unica finestra presente dava su un palazzo orrendo.
Le ore strisciarono lentamente come lumache e le nuvole si diradarono lasciando spazio a un sole più rovente del solito. Odori acri galleggiavano nell’aria, qualcuno aveva il sudore acido.
Mauro distolse lo sguardo dal suo Pc e osservò i suoi colleghi.
«Chi vuole un caffè?» chiese.
Silenzio.
«Allora?»
«Lavora, Mauro, per piacere», gli disse Silvia, l’unica donna presente nella stanza.
Le loro scrivanie erano a contatto, una di fronte all’altra. Si conoscevano a memoria, erano colleghi da dieci anni.
«Che ti prende?» chiese lui.
«Questo mese si aspettano certi risultati. Dobbiamo essere più produttivi.»
«P-più produttivi?»
«Sì.»
«Come?»
«Un buon metodo sarebbe quello di evitare chiacchiere inutili, per esempio, o uscire per prendere uno stupido caffè.»
Mauro abbassò lo sguardo, poi si toccò l’orecchio sinistro. «Ne ho bisogno.»
«Per il cigolio?»
Odiava che si facesse dell’ironia su quello e fu tentato di replicare dandole della balena, ma si limitò ad annuire.
«Smettila.»
«Io esco.»
«Puoi fartelo portare qui.»
«Preferisco prenderlo al bar.»
Silenzio.
«Va’ a sedere, Mauro.»
Scosse la testa e uscì dall’ufficio. Non si capacitava di come gli altri potessero credere alla frottola della produttività, come, in nome di essa, sacrificassero la propria umanità. Ma forse era lui il problema, la pecora nera.


Sul pianerottolo incrociò una vecchina che reggeva una gabbietta con dentro un criceto che correva su una ruota. Presero entrambi l’ascensore, ma non si rivolsero la parola, a parte un cordiale saluto.
Lo specchio era rovinato e i suoi riflessi erano disumani. La barra di metallo sottostante presentava macchie di ruggine, la luce era fievole e il tappetino di gomma era pieno di squarci.
Giunti a pianterreno, Mauro si avviò a passo svelto verso il portone d’ingresso, ma fu fermato dal portiere, che gli chiese a proposito della macchinetta del caffè.
Si voltò a guardarlo e lo avvicinò: «Come?»
«La macchinetta, dico, è ancora guasta?»
«Sì.»
«Io preferisco la cara vecchia moka. Queste nuove diavolerie non fanno per me.»
«Ha ragione, sa? Ci sono un mucchio di diavolerie in giro.» Lo sguardo gli cadde sulla rivista aperta sul banco. «Che sta leggendo?»
«Questa?» chiese l’uomo, e la issò. In copertina c’erano dei neri che lavoravano in una piantagione di cotone. «Parla di…»
Mauro si toccò le tempie, il cigolio tornò a tormentarlo. Fuggì all’esterno prima di udire altro e un’onda di luce lo accecò. Clascon, sirene e voci. Odore di plastica bruciata.
Su un grosso cartellone pubblicitario era raffigurato un famoso circo, con tigri e leoni dentro le gabbie. Mauro lo fissò, la vista gli si sdoppiò e per un istante ebbe l’impressione che le sbarre si sovrapponessero ai palazzi rendendo la città simile a una gigantesca gabbia per animali.
Raggiunse il bar, ma non entrò. Continuava a sentire il cigolio e non capiva più da dove provenisse; se fosse nella sua testa o fuori. Dall’asfalto risalivano vapori caldi che davano l’illusione di distorcere lo spazio. Blatte si aggiravano sui marciapiedi e cercavano riparo dalla luce.


Mauro superò il bar. Nessuno dava peso alla sua figura, nonostante avesse lo sguardo allucinato ed errasse sbilenco.
Camminò, camminò, attratto da un lontano scintillio, e raggiunse una lunga spiaggia deserta. Mare e cielo si fondevano all’orizzonte come fedi in dita di sposi. Un gabbiano garriva volando in cerchio sopra un peschereccio. L’aria sapeva di sale.
Mauro non aveva bisogno di caffeina, ma di libertà. Respirare di nuovo il sapore della spensieratezza, come quando era bambino e il mondo era un grande parco giochi.
Chiuse gli occhi e trasse un profondo respiro. Il cigolio lentamente scomparve e rimase solo il frangersi delle onde. Immagini di vecchie estati gli scorsero nella mente; sua madre che gli diceva di non andare troppo al largo, e suo padre che si assicurava che non lo facesse. Poi quei ricordi furono sostituiti dalla vecchina incrociata sul pianerottolo. La vecchina col criceto, il criceto, la ruota, il suono della ruota.
Spalancò gli occhi.
Tornò indietro correndo, mentre gelide gocce di sudore gli colavano dalla fronte, e rientrò nel palazzo da cui era uscito. Nell’atrio c’era ancora odore di lavanda. Le piante nei vasi bianchi non erano state spostate, così come i pochi quadri appesi alle pareti, eppure qualcosa non tornava.
Si voltò verso il portiere e inorridì.
«Si sente bene?» chiese l’uomo.
«N-non è possibile.»
«Cosa?»
Indicò il gabbiotto, come se non lo avesse mai notato prima. Il dito gli tremava, non era sicuro di voler dire ciò che gli frullava nella testa, ma le parole gli uscirono come un getto d’acqua. «Che lei trascorra le sue giornate lì dentro, invecchiando sguardo dopo sguardo come un acaro su un mobile.»
Il portiere batté le palpebre, poi si toccò le orecchie facendo una smorfia di dolore. «Lo sente anche lei questo cigolio?»
Mauro divenne pallido come sale, corse in ascensore e risalì in ufficio. Teneva gli occhi spalancati, come se vedesse i codici binari che compongono Matrix colare dal soffitto e strisciare sul pavimento.


«Eccoti», disse Silvia. «Spero ti sia goduto il caffè
Non rispose. Poteva quasi sentire il proprio cuore comprimersi a causa di ciò che ora gli appariva più chiaro che mai.
«Cerca di concentrarti adesso, e recupera il tempo perso.»
«Per la produttività, giusto?»
«Sì, e non usare quel tono.»
Silenzio.
«Perché ci hai messo tanto?»
«Ho fatto un giro.»
«Dove?»
«In spiaggia.»
«Non ti credo.»
Mauro immerse la mano nella tasca dei suoi pantaloni e tirò fuori un pugnetto di sabbia. Si sentiva esausto.
«Sei matto?»
«Credimi, lo siamo tutti.»
«Rimettiti al lavoro, per piacere.»
Gli altri colleghi presenti nella stanza continuavano a far cantare le tastiere dei loro computer senza curarsi di altro. Non si erano fermati un secondo. Se ne stavano chini sulle scrivanie, quasi ingobbiti, mentre l’orologio a parete ticchettava avvicinandoli all’oblio. Il neon sfarfallava.
Suo malgrado, Mauro andò a sedersi alla sua postazione. Il cigolio era divenuto assordante.
Avvicinò le dita ai tasti e inarcò un sopracciglio. Al posto delle mani si vide delle simpatiche zampette.
«È psicologico», disse con voce liquida, poi una singola lacrima stillò dal suo occhio destro e gli solcò la guancia scivolando lenta fino al mento.

Fotografia di Julio Armenante

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