Gli occhi della madre

di Lucia Tradii

Guardare a terra per guardare avanti – Sara Pistone

Si è abbassata la nebbia. Non sento alcun rumore al di fuori del mio respiro pesante e delle mie vecchie ciabatte che scivolano sulla strada di fango. Arrivata nell’aia mi fermo, appoggio la carriola e mi passo una mano sulla fronte. Lui è lì, sulla soglia di casa, che mi guarda. Per l’emozione sbatto contro la carriola, facendola rovesciare. I lenzuoli appena lavati cadono a terra, ma io non li sto più guardando. Avanzo con questo mio corpo pesante verso di lui, le braccia spalancate come un crocefisso.  Sento la mia voce urlare il suo nome ed è una voce acuta e allegra, una voce di giovane donna, com’ero, o meglio come mi sentivo, prima che lui se ne andasse. Poi un’ombra prende una forma che non dovrebbe avere, una luce viene investita da un colore diverso, e una sensazione mi inchioda i piedi a terra. I vestiti sformati, sporchi, logorati dall’umidità, la barba lunga e arricciata, gli occhi accessi e letali come una brace rimasta in attesa, quella bicicletta appoggiata contro il muro, raccontano tutta la storia dell’uomo che sta davanti alla mia porta. Nonostante la barba ne alteri i lineamenti, si vede che è molto giovane. Giovane come giovane è lui, ma non è lui.

«Chi siete?» gli domando con un tono più duro del dovuto per alleviare la vergogna.
«Un amico.»
«Non ci sono amici, di questi tempi.»
Restiamo fermi a guardarci ancora per qualche istante, ma sono io a distogliere per prima lo sguardo. I lenzuoli caduti nel fango sembrano un nido sterile e abbandonato. Li osservo mentre a poco a poco si deformano, si allungano e si restringono, iniziano a tremolare come olio su una padella calda. Veloce mi passo una mano sugli occhi per asciugarli, nella speranza vana di non essere vista dall’uomo. So che mi sta ancora fissando, sento il suo sguardo fisso dietro la schiena come se me la stesse sfiorando. Sollevo da terra la carriola e ci butto i lenzuoli dentro. Hanno ancora addosso la freschezza dell’acqua del fiume. Per lo sforzo mi sfugge un brontolio.
«Aspettate, vi aiuto», mi dice, un tono gentile nella voce.
L’uomo, o dovrei dire il ragazzo, mi porta via i manici con uno strattone deciso. Rimango a stringere l’aria con le mani. Mentre mi volto, con l’intenzione di gridargli “Ma che fate?”, i nostri sguardi si incrociano a una distanza ravvicinata. Ha gli occhi scuri, fermi e duri, di chi ha visto tutte le brutture di questo mondo, eppure, intorno alle pupille, noto un rossore, posato lì da poche ore di sonno o da tante lacrime versate. Alzo gli occhi al cielo, in mezzo alla foschia c’è uno strappo di luce che indica la posizione del sole. È alto nel cielo, sarà poco più di mezzogiorno.

«Avete mangiato?» gli chiedo.
Lui porta indietro la testa di scatto, quasi a stringersi il collo con il mento, e sbatte più volte le palpebre, infine scuote la testa.
«Appoggiatela pure là, vicino alla vostra bicicletta.»
Indico un punto con il dito, lui lo segue con una precisione geometrica, senza aggiungere una parola. Sono la prima a entrare, faccio strada all’ombra silenziosa che mi segue e mi scruta, attraverso le pareti di una casa che si è disabituata a una presenza diversa dalla mia, a un corpo che non trascina una triste pesantezza. Quel poco che ho glielo offro: pane, formaggio, salame, mezza bottiglia di vino. A poco a poco si scuote dalla timidezza, come un cane dalla pioggia, e divora tutto come se non mangiasse da giorni. Preso dalla foga quasi non mastica, come un’anatra rabbiosa. Guardo il cibo scomparire dentro la sua bocca e scivolare giù per la gola verso l’umida oscurità che lo renderà nutrimento.  Sto in piedi davanti alla stufa a mordicchiare una crosta di pane con due fette di salame sopra. La mia non è davvero fame, è più voglia di fargli compagnia, ma lui non sembra turbato affatto e, riscaldato dal vino, inizia a raccontarmi la sua vita in clandestinità nei boschi. Anche lui, lo so, ha una madre da qualche parte che lo aspetta, e la sua paura di madre è specchio della mia. Se tratto bene questo figlio disperso, ma figlio certo, forse esiste un’altra casa, piccola come la mia, un piccolo santuario del pianto anch’esso, con all’interno un’altra donna, un’altra madre che da un pasto e un riparo a un figlio non suo. Magari il mio.

«Era il nome di vostro figlio?» mi chiede, una nuova oscurità gli copre il volto. «Quel nome che avete urlato appena mi avete visto», continua, “era… è il nome di vostro figlio?»
«Sì.»
«È un bel nome. Renato.»
«Lo conoscete!» grido. «Conoscete il mio Renato. Infatti anche lui è andato a combattere nei boschi. Quanto mi ha fatto stare in pena! Ma voi lo conoscete, quindi sta bene, vero? Dov’è adesso? Perché non è venuto?»
«Signora, io forse lo conosco. Ma non ne sono sicuro.»
«Che significa?»
«Quando mi sono unito alla brigata non sapevo nulla della montagna. Sono nato e cresciuto in città, ma sentivo che anche così potevo dare una mano, anche se non conoscevo nessuno e tutti sembravano più esperti e più in gamba di me. Ma c’era questo ragazzo, arrivato poco prima di me, che mi ha accolto come un fratello. Mi ha insegnato tutto quello che sapeva, per esempio, riconoscere i funghi mangerecci da quelli cattivi o velenosi. Il porcino! Lo chiamava “il re del bosco”. E tante altre cose, come non avere paura di quel verso spaventoso che si sentiva la notte e che io avevo scambiato per il ringhio di un orso, invece era solo un cervo in amore. So che vi faccio ridere, e avete ragione, ma io non avevo mai sentito un bramito prima. Comunque, arrivando al punto, ieri notte siamo usciti per un’azione, io, lui e altri compagni, sette in tutto. Sapevamo che un reparto di tedeschi era in movimento e volevamo rendergli più frizzante la passeggiata. Li abbiamo aspettati sotto un ponte, non tanto distante da qui, certi di sopraffarli perché credevamo di essere in maggioranza numerica. Invece quando sono arrivati, quei diavoli, erano almeno una ventina! Armati fino ai denti! Abbiamo combattuto per tutta la notte, ma noi avevamo il vantaggio di una buona posizione e li abbiamo sterminati quasi tutti. Con le prime luci dell’alba gli ultimi superstiti hanno battuto in ritirata, ma continuavano a sparare con il busto piegato. È stato uno di questi ultimi spari a colpirlo. Era inginocchiato di fianco a me e l’ho visto crollare. Nemmeno ci ho pensato all’inizio, credevo si fosse addormentato di colpo, ormai era finita, ma poi l’ho girato e ho visto un fiore di sangue allargarglisi nel petto. Non conosco nemmeno il suo nome, tra di noi usiamo quelli di battaglia. Ha fatto solo in tempo a dirmi il nome del suo paesino, prima di morire.»

«No», dico dopo una lunga pausa. «Non è Renato. No. È impossibile. No.»

Ora mi guarda con occhi addolciti, intinti nella pietà che prova per me. Lo odio. Odio che si provi pietà per me.
«Anche la Peppina», continuo, «e la Rosina e la Clelia, anche loro e molte altre ancora, hanno almeno un figlio scappato nei boschi. Perché il morto dev’essere Renato? Perché dev’essere il mio?»
«Però capite che non posso portarmi dietro tutte le donne del paese.»
«Portarvele dietro, dove?»
«Io penso, credo, che lui avrebbe voluto che sua madre… E anche io ho bisogno di qualcuno che, qualcuno con cui… Verreste a riconoscere il corpo? Solo per essere certi che non sia vostro figlio. Non potrei essere più felice per voi se così non fosse. Ma ho bisogno che qualcuno mi accompagni, che qualcuno mi aiuti a seppellirlo. Vi prego.»

Procediamo lentamente per via del fango e della nebbia, lui sul sellino, io sul telaio della bicicletta a strofinargli la spalla contro il petto come una pietra focaia. Restiamo in silenzio, per questo riusciamo a sentire subito un canto melodioso che si alza alto, un canto tedesco. Il ragazzo frena immediatamente e io scendo con un balzo un po’ troppo audace per la mia età.
«Dovete nascondervi», gli dico.
«E voi?»
«Non badate a me che sono vecchia e ho le gambe addormentate. Andrà bene, me la caverò. Andate ora, presto!»
Ha ancora un attimo di esitazione, poi si carica la bicicletta sulle spalle con estrema agilità e si immerge nella nebbia che affianca la strada, sparendo dalla mia vista. In quel preciso istante, come sputati fuori da una bava nebbiosa, molto più vicini di quanto credessi, mi vengono incontro due tedeschi. Vedo mutare sui loro volti l’espressione gaia e spensierata che fa cantare in quella dura e severa che fa odiare chiunque sia diverso. Mi gridano l’alt anche se sono già ferma immobile. Si avvicinano con i mitra puntati contro di me, mentre cerco di parlare con quella voce odiosa e infantile che si fa strada con l’infinito.
«Io andare a fare spesa. Mangiare», faccio il gesto della mano stretta a becco di uccello che picchietta sulla bocca aperta.
Sembrano rincuorati nel vedermi, una donna vecchia e sola, anche se è difficile penetrare nella loro espressione marmorea. Prima, quando mi capitava di incontrarli, mi sembravano tutti uguali, come se fossero tutti fratelli, nati dalla fredda e dura pietra. Ora invece, che indosso i panni di una madre e ho lasciato che ogni altro fardello non oltrepassasse la porta di casa, mi sembra di guardarli, anzi di vederli, per la prima volta. Sono così giovani, non arrivano ad avere più di diciannove anni. Anche loro, mi fa strano, quasi ribrezzo pensarci, hanno una madre che li aspetta dall’altra parte delle Alpi. Uno di loro continua a puntarmi il mitra contro, l’altro, me ne accorgo tardi, si è chinato a studiare le tracce sul terreno.

«Partisani! Partisani!» urla questi, con la voce piena, lo riconosco, di terrore. Si alza di scatto e torna indietro correndo. Quello che mi puntava l’arma contro mi afferra per il polso e inizia a correre anche lui.
«Tu venire!»

Obbligano le mie gambe a correre al pari delle loro, che sono giovani e scattanti. Sento il cuore battermi fortissimo, come se fosse schiacciato da un martello. Morirò. Lascio che questo pensiero si faccia strada nella mia mente, in cerca di allarme e paura, trovando invece uno stanco sollievo. La raffica arresta la corsa. Cadono e io cado con loro, cado su di loro, sui loro corpi vuoti, sulle loro vite estirpate. Con la guancia ancora premuta contro il fango, vedo il ragazzo seminascosto dal tronco muschioso di una grande quercia. Ha ancora lo sten in mano.

«L’abbiamo dovuto spostare da sotto il ponte. Non è una zona sicura, almeno per oggi. Eccolo. Lui è Daino, o almeno in brigata lo chiamavamo così.»
I miei occhi incontrano quel corpo abbandonato sulle foglie secche e mi manca il respiro. Mi chino. Gli accarezzo la fronte, piano, come se volessi risvegliarlo dolcemente da un sonno profondo. Poi passo ad accarezzargli le guance, sempre piano. È tutto freddo e distante, ma i miei occhi di madre non mentono.
«Non è Renato.»
«Davvero? Sono contento per voi», mi risponde il ragazzo, ma non c’è nessuna contentezza nel suo sguardo e nelle sue parole. «Mi dispiace però che sua madre non l’abbia potuto vedere, non l’abbia potuto salutare. È comunque qualcuno che conoscete?»
«No, non lo conosco.»
«Siete sicura?»
«Sì.»
C’è già una buca pronta. Io sollevo i piedi, il ragazzo lo solleva da sotto le braccia, così mi è impossibile distogliere lo sguardo da quel capo che ciondola, quasi stesse seguendo il ritmo di una melodia allegra. Il ragazzo copre la buca con una pala. Mi propongo di aiutarlo ma non vuole sentire ragioni. Quando finisce vuole che dica assieme a lui le preghiere, allora mormoriamo sommessi un’Ave Maria e un Pater Noster. Era da tanto che non pregavo. Non pregherò mai più, mi prometto. Concluse le preghiere, rimaniamo in silenzio, ma è un silenzio debole, interrotto dai singhiozzi del ragazzo. Ora capisco perché mi ha voluta con sé, quello che il mio essere donna gli concede di fare.

«È stato un ragazzo fortunato perché è stato amato da voi.»
Non riesce ad arrestare le lacrime, ma fa sì con la testa. Dopo un breve tempo, che è parso infinito, ci salutiamo.
«Non importa che mi accompagnate, ce la faccio da sola. Tornate dai vostri compagni e state attento. Se avrete bisogno, voi e i vostri compagni, venite pure da me, senza complimenti.»
«Grazie.»
Mi abbraccia e io ricambio il suo abbraccio, anche se rabbrividisco al tocco dello sten che nasconde dietro la schiena.
«Grazie», ripete prima di inforcare la bicicletta e sparire risucchiato una volta ancora dalla nebbia.

Liberata dal suo sguardo, cado a terra senza nemmeno badare di farmi male e finalmente mi abbandono a un lungo pianto disperato.

Fotografia di Sara Pistone

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