Ipertrofia

di Pierfrancesco Trocchi

La colazione è il pasto più importante della giornata – Julio Armenante

Musica. Consolidamento. Ossessione. Su, giù, su, giù. Il movimento dei miei gomiti sarà corretto? Credo di sì. Aspetta, mi faccio un video, poi me lo riguardo questa sera prima di cena, così mi passa la voglia di mangiare. Alzo il volume. Ho bisogno di canzoni bidimensionali, impersonalità da corridoio. Ne faccio altre tre serie, flessioni inclinate con pesi da 10 chili nello zaino sopra le mie spalle. Su, giù, la spalla destra ha emesso uno strano canto cigolante; sarà, ho altre due serie e non mi fermo. Vado al lavandino, mi rinfresco il viso. È fondamentale: il freddo stimola le connessioni neuronali e fa esplodere la libido muscolare. Lo ha detto una pornostar, una volta: «Mettete il pisello sotto l’acqua gelida e vi si rizzerà come un palo dell’Enel». Il mio pisello è tutto il corpo. A me non importa proprio niente di scopare. Io voglio fare altre tre, venti, cinquanta serie. Non voglio prendere nessun anabolizzante, nessun integratore. Voglio soltanto fare una fatica da asfissia, guardarmi allo specchio e vedere i deltoidi sfondare la maglietta, leggere ogni perla di sudore sul viso e digrignare la mia bocca di iena per farmi paura. Ho bisogno di ammazzare quel lardone che ero fino a qualche tempo fa. Ho bisogno di strappare le fibre dello status quo. Ho fatto latino e so cosa significa.

Quanto ho guadagnato questo mese? Niente. Non ho intenzione di lavorare, per ora. Sto studiando e anche molto bene. Tutti 30 e lode. I miei colleghi mi detesteranno ed è proprio per questo che rimangono indietro. Sapete, non è facile essere sempre il primo, potersi permettere ristoranti a tre stelle, resort e accessori di Gucci senza avere soldi. Lo sapete, no? Non è facile nemmeno convincere ogni volta i miei – o, meglio, mia madre. Sì, perché a mio padre faccio schifo – a lui piace mio fratello, che è uno sfigato senza nemmeno un portafogli della firma più anonima. Non capisce che sto portando prestigio a questo lignaggio altrimenti indegno? Che è un impiegato senza mostrine e sua moglie una donna sull’orlo della follia? Che mi laureerò con il massimo e il nostro cognome verrà purificato dall’alloro sacro agli dèi? Baciate il suolo che calpesto, signori. A me piacciono i ricchi e diventerò ricco. Non mi piacciono i soldi, sia chiaro, guadagnarli, trovare nuovi modi di fare business. No, no, io sono oltre. Io voglio essere fruitore, alimentatore passivo dell’idea capitalistica. Per questo amo i ricchi: vorrei sempre scoparmene una o uno, è uguale. Mi piace vedere quegli sguardi grassi e falsi, immaginare le bustine di cocaina nei taschini interni delle loro giacche alle feste d’azienda, fare domande sul sesso e portare le mie amiche in qualche boutique a volatilizzare i loro risparmi. Mi piace! Cazzo, se mi piace! In queste occasioni mi sento io come in nessun altro momento delle mie giornate. Che, per inciso, sono giornate in cui studio – certo, imparo a memoria perché dentro non ho posto, ho soltanto spazio per nuove invenzioni che tintinnano di denaro dato, speso, riversato, dissanguato, travolgente; godo, lo mangio, me ne imbruttisco, fulgido e fradicio, sì! Il paradiso ha la forma di uno scontrino e il colore della mia carta di credito.

Su, giù, su, giù. Oggi non posso fare meno di quattrocentottanta flessioni in dieci minuti. Sarebbe inaccettabile. Urge far risultato, avere lo spasimo di potenza che ficca sul bicipite femorale. Una volta indossavo una L, adesso mi sta stretta una XXL. Sono tonico come i nodi di una sequoia. Percentuale di massa grassa pari a quella di levriero. Massa muscolare quintuplicata in tre anni. In palestra so di stare sulle palle a molti, ma loro non sanno che mi viene voglia di diventare il doppio di quanto sono ora quando vedo Steve, Gianni e il Pera guardarmi di sottecchi mentre sbevazzano acqua di rubinetto. Ah! Io soltanto Evian. Contenuto minerale perfetto per dare stabilità ed esplosività ai miei movimenti. Bang!

Signori miei, che figata. Amo le stragi. Amo accendere la televisione e sentire parlare di morte. E sapete perché? Perché io sono vivo. Sono superstite. E, cari miei, se io sono sopravvissuto significa che qualche merito ce l’ho! Vuol dire che qualcuno o la sorte mi ha risparmiato. Quindi sono più importante, sono di più di un povero negretto crepato di fame, di un morto in un incidente, di un uomo ammazzato in un regolamento di conti; sono molto di più. E a puttane tutte quelle storie sul peccato, sul denaro che conduce all’ipocrisia, alla spersonalizzazione e al demonio. A puttane! Io voglio una società ancora più plutocratica, governata da ricchi per ricchi. Primi inter pares quelli con più denaro, che sarebbe l’unica fonte di merito, l’unica scala mobile. Ah, è già così? A me pare che non lo sia abbastanza. Ci sono troppi poveri in giro. Ecco, a proposito di televisione, non potete capire quanto senta il petto esplodermi di libidine quando leggo di un clochard dato alle fiamme da qualche ragazzino annoiato, magari dei Parioli. C’è una sola cosa che mi dispiace, che mi fa un po’ schifo in queste storie: che capitino troppo poco spesso. Altroché plutocrazia! Povero me – ma povero di fato, soltanto.

Giù, su, giù, su. Quando inizio a contare i piegamenti al contrario significa che oramai sono al limite. Un altro cigolio strano del ginocchio, questa volta. Sarà. Stasera vedo Annalisa, la mia migliore amica finché un miglior conto in banca non ci separi. Annalisa è molto ricca e non ha remore a passare una giornata intera tra i negozi delle grandi firme. Trasferta a Roma almeno due volte al mese, direzione via Condotti. Otto, nove ore di shopping indefesso. Naturalmente il mio viaggio è pagato, così come pure qualche camicia o paio di scarpe che Annalisa decide di regalarmi perché crede che mi stanchi a stare ad ascoltarla. Scherzi, Annalisa? Sei la persona che più di tutte mi rende felice. Se tutti parlassero solo di soldi come te! Sai che bel mondo?

Ahia. Flessione numero quattrocentosessantotto e qualcosa è partito. È la sezione inferiore del pettorale sinistro. Male cane, porca puttana. Ma chi cazzo se ne frega! Continuo. Almeno quattrocentottanta, s’era detto. Sono a petto nudo perché apprezzare l’odore e la consistenza del sudore mi eccita. Ecco, è l’unica occasione in cui il mio pisello dà un sintomo che sia sessuale. Mi viene voglia di ballare. Sto sudando ancora di più. Noto un rigonfiamento cremisi a livello delle costole. Uh, allora mi sono fatto male davvero! Bellissimo. Mi passo la lingua sulle labbra. Non vedo l’ora di presentarmi dal medico con la mia maglietta aderente di Emporio Armani. Quando me la sfilerà penserà che vorrebbe comprarla anche lui. Ah! Ma io non spendo i miei soldi, caro! Questa è un’elargizione e me la sono meritata!

Cazzo, che male però. Numero quattrocentosettantasette. Ancora tre. L’ematoma è sempre più diffuso, sudo ancora più freddo. Un brivido mi solca il dorso dalla nuca al fondoschiena. Il mio fondoschiena! Annalisa mi dice sempre che è fantastico. Me lo tocca spesso. Io non provo niente. Ho avuto un balzo emozionale soltanto quando mi ha chiesto se potesse succhiarmi l’uccello in cambio di una cintura di Prada. Lì sì che ho goduto! Mio Dio. Sporcai tutto il camerino del mio seme. Una cintura da duecentocinquanta euro. Annalisa è brutta davvero, un ammasso di lineamenti sbilenchi, però quel pomeriggio era l’eccitazione più potente possibile. Wow!

Quattrocentoottantadue! Il pensiero della cintura mi ha permesso di superare il record della settimana scorsa di ben sette piegamenti. Bang! Mi rialzo e corro allo specchio per digrignare più forte che mai. Cazzo. L’ematoma è bello grande, per capirci si estende su tre o quattro costole. Sì, è uno strappo. Dio! La cosa peggiore possibile! Sapete cosa significa? Non fare attività per almeno un mese, forse due. Cosa? Dovrei andare dal dottore, ma ci ho ripensato: no, grazie. Per fortuna, tra l’altro, oggi ho deciso di fare gli esercizi a casa, così nessuno può fare il buon samaritano e accompagnarmi da qualche medico dal respiro di teiera.

Che freddo, però. Penso si tratti del dolore combinato ad una crisi di ipokaliemia. Eh, è dura. Ma devo continuare. Ho ancora cinque serie di trazioni alla sbarra, altrettante di bicipiti e circa quindici minuti di addominali. No, no, non posso fermarmi. Uh, mi manca anche un po’ il fiato. Sai che ti dico? È suggestione. Attivo lo smartphone e mi guardo le immagini di qualche abito. Non vedo l’ora di mostrare a tutti la nuova giacca color mattone che ho comprato – meglio, hanno comprato per me. Sì, perché ho preso due centimetri di circonferenza sul petto e la gente lo vedrà, eccome se lo vedrà! Annalisa dice che quel giorno porterà anche i suoi amici di Confindustria ed è l’occasione migliore per bruciare di freschezza davanti a tutte quelle pance piene. Sì, avranno tutti voglia di scopare con me, maschi e femmine.

Il dolore non accenna ad arretrare. Qui si mette male. Però la miglior soluzione è sempre l’azione, dunque mi preparo per le trazioni. Mi appendo – punge come milioni di aghi questo ematoma, fanculo! – e mi do lo slancio. Finisco a terra. Un grosso tonfo mi fa ridere di nervosismo. Sento qualcuno da giù che accorre e mi chiede se va tutto bene. È mio padre. «Certo, perché?» grido di stizza. Iniziano a mancarmi davvero le forze. I pantaloncini della linea sport di Calvin Klein si fanno sempre più oscillanti ai miei occhi come l’asfalto d’agosto. Ma vaffanculo, è possibile? Come faranno a mantenersi quei due centimetri di circonferenza in più senza queste trazioni? O mio Dio. Non sono mai stato così male. Tutto il mio lavoro va a troie. Ho voglia di morire. Oh, il fiato è sempre più sottile. Con gli ultimi palpiti oculari riguardo le foto estive scattate al mare insieme ad Annalisa. Dio, come si vedono quei due centimetri in meno! No, non posso tornare così.

In qualche maniera mi riarmo. Rieccomi in piedi. Non so come abbia fatto, ma sono di nuovo ritto sul tappetino. Ok, ci riprovo. Un piccolo balzo, rimango sospeso e… ci riesco! Una trazione. Mi fermo. Che nausea, Dio! Non faccio in tempo a raggiungere il bagno: vomito davanti alla porta. Sento dei passi percorrere le scale, sei, sette, otto, diciassette passi ed è mio padre. Vuole reggermi in piedi, ma mi stringe sulle costole, proprio lì. Questa volta urlo, urlo tremendamente, furente! «Io sto benissimo, che cazzo mi tieni su?» sbraito dilaniando il silenzio vesprino. No, no, no! Ho sporcato non solo i miei pantaloncini, ma anche le calze di Fendi! No! La scritta “Sportsline” è cancellata da un impasto purpureo. Sono le bacche di Goji, danno forza. Mi dimeno. Sento solo freddo e mi viene da ridere. Non percepisco più nulla.

Annalisa mi chiama al telefono. Mi risveglio subito. Mio padre mi ha appoggiato un attimo a terra, schiena al muro, per andare a chiamare soccorsi. Rispondo.
«Ciao tesoro, come stai?» esordisce Annalisa.
«Quando ti sento, sempre da Dio!» credo di dire.
«Massimo, stai bene?».
«Che domande, amore! Sto soltanto facendo gli esercizi».
«Tesoro, non ho capito niente! È tutto ok?».
«Anna, sto da Dio! Che hai?» elettrizzo.
«Pronto? Pronto?».
Non sento più nulla. Cristo, sicuramente voleva dirmi qualcosa su quel porco di Giacomo, si sarà fatto una sega mentre era al telefono con lei! Oppure di Lucantonio, lui brama il mio uccello da anni! Pronto? Pronto?!

Mio padre non ha ancora risalito le scale. Strisciando contro il muro riesco a raggiungere il lavandino, assorbendo nel tragitto buona parte del mio rigurgito. No! Anche le scarpe Jordan no! Cerco di alzarmi in piedi. La suola gommata mi fa scivolare. Bang! La testa cede allo spigolo di marmo del cazzo di lavello che quella campionessa di sciatteria di mia madre ha voluto a tutti i costi far installare qualche mese fa. Porca puttana. Sangue, questa volta non più sottopelle. È un’esondazione. Però – ragiono – se posso vedere, se posso percepire significa che posso anche fare gli esercizi, no? Per una volta non voglio pretendere troppo da me: mi accontento degli addominali. Un giorno, quel giorno dovrò farli brillare dietro la mia giacca color mattone, leggermente aperta per cooptare gli sguardi di quei signori, così presi a sommergere di complimenti me, benemerito di una laurea strabordante. Ogni attenzione in più è un’opportunità di una cena in più, di un bicchiere di gran riserve in più, di un giro in barca in più! E che importa se devo prendermi una pastiglietta per andare a letto con un avvocato o una dottoressa o con quell’imprenditore che dapprima ha voluto che gli succhiassi i piedi e poi ha deciso di sodomizzarmi tenendomi la testa saldamente infilata nel cesso. Che importa? La mia fortuna è che non devo cercare dentro di me per capire l’entità di ciò che ho a disposizione. Ho tutto davanti agli occhi! I miei Moncler, le mie Cartier, il mio Daytona – tutto! Avete idea di quanto tempo io risparmi? Sono ciò che ho e non ho bisogno di ricognizioni o strani tuffi di coscienza. Anche le mie fatiche mi sono manifeste: studio e fitness. Anelo l’ipertrofia perché voglio vedere. So che ogni cosa che leggo, ogni esercizio che provo è il parto di un’introspezione, è l’estroflessione di una teoria. Io, però, voglio solo essere fruitore, utilizzatore carnale, bruciatore: consumatore, in una parola.

Sono riuscito a ricondurmi al tappetino. Molto bene. Lo stendo meglio. Mio padre sta risalendo di corsa le scale, ma i passi questa volta sono almeno il doppio. Debbo concentrarmi. Sto iniziando la prima serie di sit-up quando noto che l’ematoma si è esteso, diramandosi sotto l’ascella. Dalla mia tempia destra sgorga un fluido densissimo. Oh, sì! Sono un eroe.

Provo con la prima ripetizione. Un fulmine all’altezza dello sterno quasi mi fa staccare la lingua con un morso di frustrazione. Ho esagerato. Ora sanguino copiosamente anche dalla cavità orale – mi piace usare termini medici per tranquillizzarmi. Cazzo! Ho stretto troppo forte. Fa nulla. Sono al terzo sit-up quando in camera entra mio padre, accompagnato da due figure. Chi sono? Che importa? Credo che abbiano visto il vomito e il sangue, suppongo che vedano la ferita alla tempia e immagino che notino pure il sangue colarmi dalle labbra. Ritengo che siano preoccupati. Vado con il quarto sit-up. Bang!
«Massimo, fermati! Cosa fai? Basta!». C’è anche mia madre.
«Ma lasciatemi in pace! Cosa cazzo volete?» ringhio.
I visi cui rispondo sono stravolti dall’orrore e dall’incomprensione, come se avessero udito solo degli strepiti liquidi mescolati all’aria filtrata dal sangue e dalla saliva. Qualcuno mi solleva – a fatica, e non poca! In ventitré mesi ho guadagnato 12 chili di massa muscolare, ah! – e vengo riposto alla meglio da qualche parte. Mi viene da dire che si tratti della nostra automobile da segretariucci privi di nome e di ogni forma di simpatia. Io, invece, ogni volta faccio sbracare dal ridere mezza rosa dirigenziale delle aziende emiliane più in vista! Il rollio dei sedili posteriori mi rilassa. Respiro il mondo soltanto attraverso un piccolo spiraglio. Mi hanno messo al riparo dal freddo coprendomi fino agli occhi con – sapete cosa? Il mio Moncler da cinquecento euro! Così, sporco di effluvi ematici e gastrici, impacchettato dal mio piumino più prezioso! Siete veramente dei porci, miei cari genitori. Vi meritate di morire tra i miasmi della palude di vita che vi siete costruiti.

Ma dove stiamo andando? Non ditemi l’ospedale, vi prego. Non voglio essere curato in mezzo agli albanesi o ai tunisini, eh! Diomio, sono vestito Armani, Calvin Klein, Fendi, Nike (si pronuncia “Naiki”) e Moncler, non posso mica finire a rimestarmi nelle frattaglie dell’umanità! Io devo essere curato al San Raffaele, a New York, nella clinica privata di qualche emiro, cazzo! Annalisa? Pronto? Pronto?!

Sento una mano sulla fronte. È mia madre. Lo capisco perché le sue dita sono fetide di cipolla. Cucina sempre. Brava! Serva della gleba a lavoro e a casa. Poi dicono che certe persone non si meritano di essere sgozzate dal marito o, peggio, esser ritrovate cadavere solo dopo un mese dalla morte. Anzi, già sei finita ora!
Su, giù, su, giù. In testa pulsa Der Mussolini. Quante volte l’ho ascoltata facendo i piegamenti a ritmo! Su, giù. Anche ora. Su, giù, il petto si restringe e si riempie con movimenti regolari, matematici. Su, giù decine di volte. Sento come una pressione esogena stantuffata al centro del petto.
Oh, sì! Sono tornato io! Sono esplosivo per le mie ultime serie di addominali: tre di crunch inverso, tre di russian twist. Il tettuccio dell’auto si è colorato per un attimo di bianco convesso, iridescente e solo apparentemente inospitale. È lo stesso bagliore incanutito di mille momenti stretti nelle palpebre a un istante dalla rinuncia, all’ultimo esercizio dell’ultima serie. In sottofondo rituona lei, Der Mussolini.
Adesso per fortuna è tutto ok. Non serviva nemmeno invischiarsi in quel tugurio di ospedale, ammorbato dai fumi oltraggiosi dell’indigenza in ogni sua declinazione. Non ci tornerò mai più. Ora sono un fiore di campo! Ve l’avevo detto che stavo bene! Stiamo rientrando, sì, rieccomi a casa! Riecco i miei pettorali di perla, rieccomi nel mio outfit traslucido! Sì, rieccomi!

Putain. Qui tutti si sono vestiti appositamente per farmi incazzare, non c’è altra spiegazione. In quel bianco polare geometrico, senza iniziativa, l’unica cosa che risalta è l’indecenza della loro missione collettivista: mi tocca pulirmi la lingua con la base della mano ogni volta che penso a quella parola. È uno di quei gesti che ho l’impulso di fare di tanto in tanto, come anche elettrizzare la gota sinistra con certi velocissimi scatti muscolari – mia madre se ne spaventa ogni volta – se m’imbatto nel pensiero del mio completo di Armani, di quel giorno, della gioventù confindustriana all’appello e di Annalisa, la grossa e sbilenca caldaia che ancora ogni settimana salpa come una matrioska motorizzata verso via Condotti per ruttare risate di rana bue nelle boutique più afrodisiache insieme a Jonathan. Jonathan, ah! Con quel redingote da rigattiere vittoriano la cosa che gli riesce meglio è farsi scopare da qualche checca-cilecca sui settanta anche solo per una ricarica. Oh, Annalisa, come ti sei ridotta! Non l’ho più vista, non è mai venuta. Dicono chieda qualcosa di me. Bah. Mi importa poco, perché la cosa che mi fa più andare di matto è un’altra. Qui tutti parlano convinti che io non possa più usufruire del mio udito. Puah! Medicucci da sbarazzo. Conoscerne uno per conoscerli tutti. L’assistente del Dott. Ravasi è un ragazzetto che ha i miei stessi anni ed è lui che ogni mattina controlla che respiri a modo e che il livello del catetere sia regolare (anche in quel caso erano convinti che non sentissi nulla, intendo quando mi hanno impalato l’uretra: dall’anca in giù ogni stimolo nervoso mi è interdetto, ma il cazzo, santocielo, il cazzo mica sono le gambe! Il cazzo è il cazzo, avete mai visto un alluce mettere incinta qualcuno?). Il futuro dottorino non sa chi sono, ma io so chi è, Alan Fornasari, che ha passato Anatomia I con 30 e lode e bacio accademico alla francese perché il babbo gioca a golf con il Professore. E questo coglionazzo, che una volta si è masturbato in diretta web perché una tipa gli aveva promesso la sua fica in cartolina, è convinto davvero che io non oda niente quando vomiticchia dalla sua bocca troppo secca: «Questa gente non fa altro che costarci, perché non stacchiamo tutto?». Staccati la testa, furetto segatore. Se anche non avessi orecchie, dovrebbe immaginare che so leggere anche i labiali più rimasticati, con questi cazzo di occhi sbarrati da scafandro che sono. Mio padre, ad esempio – porca troia, quanto è grigio, necrofilo del sistema con quel sorrisetto da vigile urbano – che soffia a mia zia: «Debbo dirti che a casa ora si sta meglio»; oppure Theo, l’amico spagnolo di Annalisa, infradiciato di Paco Rabanne e santini nel portafoglio, che mi prende la mano con le sue dita da donnola e gorgoglia: «Povero Massimo, así lindo, así cabrón». La mia storia deve essere finita su qualche giornale, comunque, e per qualcuno sono diventato “Ipertrofia” – l’ho sentito dire da mia madre: una presentatrice su un canale pretaiolo ci ha fatto pure mezz’ora di trasmissione per invitare i giovani a non cedere al ricatto del corpo.

Vorrei toccarmi i pettorali per capire se sto perdendo massa, come sempre facevo mentre studiavo, ma non posso: ora solo spasmi inconsulti. Mano nell’incavo dell’ascella, una leggera morsa con la mano ed ero in grado di capire da quante ore non facevo esercizi. Sì, ore. Non mi è mai passato per la testa di saltare un giorno; al massimo, in prossimità degli esami, bruciando di desiderio per quel giorno, potevo rinunciare a uno dei due allenamenti quotidiani. Bang! Che drago che ero. Ora, invece, sono un monstrum da bestiario della perdizione, una storiella da cave canem nelle scuole di ogni ordine e grado. Sono ancora un discobolo, però, dovreste vedermi. Settimana scorsa, mentre l’infermiera ravvivava i capillari dei miei glutei da decubito, si è voltata verso la sua collega dicendo che era davvero uno spreco, sì, uno scialacquare scriteriato che lei non potesse stringere con le grappe delle sue unghie smaltate il mio culo tuttora tonico in un amplesso. Pff! Io con te, povera statale morta di sonno? Per piacere. Ecco, la cosa peggiore di questa condizione è il non poter esternare, la mia mente è un treno infinito senza stazione. Non c’è dignità, no. Tollerare è sudditanza. La mia è quella ad un sistema uniformista, parificatore, cristiano-marxista. Puah! Mi devo leccare ancora la base della mano, troppe parolacce tutte insieme. Io, cristosanto, io sono la decantazione del welfare, la sua destinazione. Ci può essere qualcosa di peggio? Sì, putain, sì che c’è, e questo è davvero tollerare, questa è davvero sudditanza: chi cazzo ha elaborato il mio outfit di oggi? Come cazzo si fa a ignorare che non si mette mai Naiki con Adidas?

Fotografia di Julio Armenante

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