La torre

di Valeria Sirabella

So eggciting – Ottavia Marchiori

Il sole è appena spuntato dietro la torre, Ginevra avanza nel corridoio scuro proiettato sull’asfalto dagli undici piani di cemento nudo, una formica sotto l’ombra di una gamba minacciosa e indifferente. Decine di ciondoli di metallo tintinnano a ogni passo sullo zaino multicolore, incrinando il silenzio compatto, inciso in lontananza dal rombo delle auto di passaggio sul raccordo. Odore di erba bagnata e letame; lo smog della città fin qui non arriva. La Fiesta rosso scarlatto l’aspetta al centro dello slargo deserto. Dai finestrini fuoriesce l’ultima di Tiziano Ferro e le imprecazioni di sua madre contro la tipa che le ha fatto le unghie. Ginevra sale a bordo e in una sequenza automatica abbassa lo specchietto, controlla che la riga di eyeliner sia dritta, passa la punta dell’indice sotto l’occhio, per pulire le sbavature.

«Nun toccà, che fai peggio», l’ammonisce sua madre. Il trucco le ricopre pesantemente il volto, riempendo le rughe che così appaiono più evidenti. Al di là del vetro la torre sembra quasi tremare quando Vanda accende il motore. L’auto serpeggia lungo la strada sommariamente asfaltata, come poggiata per sbaglio in quel che resta della campagna tra qualche pecora perduta, carcasse di auto incendiate, sacchi di spazzatura disseminati ovunque. È uno specifico sollievo quando la torre si fa lontana abbastanza da restare visibile per intero nello specchietto retrovisore, come inscatolata alle sue spalle. Da lì non si avverte il senso di oppressione dei metri e metri di edificio che si susseguono in verticale incombendo sulla testa. Visto da lì è un oggetto qualunque, quasi trascurabile nella vastità della periferia.
La Fiesta procede adagio fino a riversarsi sul raccordo, per fermarsi pochi metri più avanti, nel solito tratto di coda. Vanda fuma col braccio allungato fuori dal finestrino. Fa caldo nonostante sia novembre. A un tratto getta via la sigaretta e inizia a mandare baci immaginari in direzione del cellulare. Ride come una ragazzina e mostra le foto a Ginevra, che non batte ciglio. In una ha le orecchie da coniglio, in un’altra occhiali a forma di cuore, poi ancora lentiggini e un caschetto di capelli rosa. Innervosita dalla sfacciata indifferenza della figlia, Vanda sfodera acuti sempre più nevrotici. Di botto torna seria, si pulisce il rossetto agli angoli della bocca spalancata con pollice e indice, che poi pulisce sfregandoli tra loro. Ginevra si volta dall’altra parte per non guardare, detesta lo strato di colore scuro che ricopre sommariamente le labbra di sua madre sconfinando dalla linea esterna.

«Àprite il cappotto, famme vedè», Vanda le lancia un’occhiata chirurgica dallo specchietto, in posizione d’improvviso potere.
Ginevra quasi si rimpicciolisce sul sedile. Lascia che lo sguardo vaghi al di là del vetro, sul guardrail ammaccato, sugli alberi che sfilano dietro. Ma gli occhi di Vanda non le concedono tregua, continuano a frugarle addosso carichi di aspettative. Ginevra inizia a sbottonarsi il cappotto lentamente, parte dall’alto e scende giù, pudica come se stesse denudandosi davanti a un uomo.  
«Che è sto maglioncino? Se pò sapè dove l’hai preso?»
«È de Mara, mà. Me l’ha prestato lei.»
«De Mara! Io te manno a scola in mezzo alla gente per bene e tu te metti sto schifo che t’ha prestato Mara?»
Chiude i lembi del cappotto e se lo stringe addosso.
«’Sti jeans sò troppo stretti, mà. Me vergogno», sussurra.
Vanda resta in silenzio, respira forte tendendo le braccia sul volante.
«Se pò sapè de che te vergogni, cor fisico che c’hai? Ce l’avessi avuto io er fisico tuo, adesso non stavamo qua.»
«E ndo’ stavamo? Se pò sapè ‘na bona volta?»
Vanda stringe le dita attorno al volante, le unghie scarlatte quasi si conficcano nella carne. Si sono lasciate alle spalle la statale, un’idea rarefatta di città inizia a prendere forma intorno a loro. Sono mesi che Ginevra frequenta il Pascoli. Del quartiere le piacciono le palazzine basse, i grandi terrazzi affacciati sul verde.
«Hai fatto amicizia co’ quarcuno?» il tono è da interrogatorio più che da premura materna.
L’auto si ferma al solito posto, tre isolati prima dell’entrata della scuola. Nessuna delle due vuole che vedano la macchina, né Vanda.
«Ci vediamo all’una e mezza, mà», Ginevra scende dall’auto.

Quando il tribunale ha tolto la macchina al padre di Ginevra per darla a lei, Vanda non ha avuto dubbi. Ginevra avrebbe frequentato le superiori e lo avrebbe fatto a Roma. Non sarebbe marcita in quel posto di merda. Forse il figlio di un avvocato o di un giornalista si sarebbe preso per lei. Ogni mattina ci mette un’ora per accompagnarla a scuola, un’altra per tornare alla lavanderia dove lavora. Altrettanto per andare a prenderla e riportarla a casa.


«Me lo dici se ce parli co’ gli altri? O stai col muso tutto il tempo?», insiste Vanda.
«Ciao, mà.» Ginevra accompagna lo sportello e si assicura di aver chiuso bene. Uno sciame di minicar elettriche le passa accanto mentre si appresta a percorrere l’ultimo tratto di strada. Fa attenzione a tenere bene aperte le spalle, perché sa che sua madre, in quei pochi metri, controllerà come cammina.
L’insegnante di ginnastica è una donna alta, dal fisico mascolino, con folti capelli ricci e due occhiali tondi che velano uno sguardo timido, quasi spaventato. Annota le assenze sul registro mentre le ragazze, svogliate, si perdono in chiacchiere. A nessuna piace indossare la tuta.
«Professorè, oggi non posso fa’ lezione, so’ indisposta, non me sento bene», Ginevra quasi sussurra, ostentando una timidezza innaturale.
La donna continua a scrivere sul registro, prendendo tempo.
«Ginevra, è la seconda volta in due settimane.»
«Lo so professorè, non è colpa mia. Non je la faccio proprio.»
La donna sbatte gli occhi ripetutamente in evidente difficoltà, mentre Ginevra aspetta rispettosamente. Sa perfettamente come condurre il gioco. La donna si alza di scatto e totalmente priva di grazia richiama le alunne per iniziare la lezione. Il sole appena spuntato dagli alberi del parco che circonda la scuola ha iniziato a scalfire la cortina di umidità che avvolge il campo sportivo. Le ragazze ritirano le mani nella felpa e iniziano a rassegnarsi all’idea di mettersi a correre; cominciano a muoversi pigramente, come uno stormo di piccioni goffi, mentre l’insegnante si sforza di assumere un’aura di rispettabilità. Ginevra sa che da questo momento nessuno baderà a lei. Svoltato l’angolo del cortile, oltrepassa la porta antincendio e percorre il lungo corridoio deserto fino all’aula deposito. Supera pile di banchi dismessi, sedie accatastate e vecchie attrezzature sportive, fino a intravedere la porticina che dà sul retro del cortile, sempre aperta. Una volta fuori, costeggia l’edificio fino all’uscita principale.

La strada antistante la scuola è vuota. Nell’aria si percepisce l’energia trattenuta dalle mura dell’edificio, lasciando intuire l’esplosione che avverrà qualche ora più tardi, al suono della campanella. Sbircia la vetrina del negozio di abbigliamento. Il vestitino a fiori è ancora lì, col cartellino che ne ricorda spietato il prezzo: centosessantacinque euro. Supera il negozio di alimentari, elegante come una gioielleria, il ferramenta e l’emporio cinese, poi svolta nella stradina privata. La percorre adagio, assaporandone il silenzio, velato dal brusìo delle aspirapolveri e da qualche voce al telefono. Sbucata sulla statale aspetta che il semaforo diventi verde, poi attraversa. Cammina a bordo strada fino al benzinaio, lo supera, prosegue fino all’albero grande mentre le auto le sfrecciano accanto, indifferenti. Seduta sul guardrail estrae dall’astuccio colorato la sigaretta che tiene da parte con l’accendino, e inizia a fumare. Pochi minuti dopo riconosce il rombo della Bmw. L’auto compare pochi secondi dopo, fermandosi qualche metro più avanti. Ginevra lascia cadere la sigaretta e percorre i metri che la separano dall’auto. Lo spostamento d’aria di un camion in velocità la fa quasi cadere. Quando sale a bordo, un’onda di profumo mentolato le sbatte in faccia. Il suono di un pianoforte proviene dal piccolo schermo digitale, dove una sfilza di numeri rossi e blu si staglia sul lucido sfondo nero. Lui le sorride, indossa una polo verde scuro che gli dà un’aria giovanile e quasi principesca. Si è appena fatto la barba. Le piace pensare che quelle attenzioni siano per lei, le piace pure che lui la baci come un fidanzato, anche se quando si avvicina deve chiudere gli occhi, per non vedere la pelle rilassata sulle guance. Lui le accarezza i capelli sulla testa facendo scorrere la coda di cavallo tra le dita eleganti. Ripete lo stesso gesto, ma questa volta stringe forte la mano attorno ai capelli e tira, costringendola di botto a piegare il collo indietro. Quando la tiene in pugno in quel modo, le infila in bocca la lingua dura fino alla gola. Un’umiliazione gratuita che si concede qualche volta. Ginevra rilassa i muscoli cercando di offrirgli la bocca morbida. Le piace fare le cose fatte per bene. Lui le fissa spudoratamente le gambe fasciate nei jeans attillatissimi, sollevando un po’ il maglioncino per vedere meglio la curva dei fianchi.
«Niente gonna oggi?»
Ginevra si alza il maglione fino al petto perché veda che non porta il reggiseno. Gli occhi di lui brillano, c’è perfino una certa tenerezza nel suo sguardo. Finalmente mette in moto e parte, commentando la brevità delle giornate di novembre.

Il solito tragitto, il solito slargo. Lui si guarda intorno prima di spegnere il motore e metterle una mano tra le gambe. Con l’altra le solleva il maglione e inizia a sfregarle i capezzoli, come se volesse cancellarglieli dal corpo. Quel momento arriva in fretta: la mano piazzata dietro la nuca come un macigno che spinge giù. Lui che si apre i pantaloni, se lo tira fuori, le apre la bocca con tre dita e glielo infila dentro a forza. Ginevra chiude gli occhi, sa come frenare i conati. Ormai ne conosce bene il sapore, l’odore, la ruvidità della pelle e dei peli, il modo in cui cambia forma e consistenza. Non le fa alcun effetto. Aspetta solo che passi, poi è come se non ci fosse mai stato.
Sarebbe tutto sopportabile se non fosse che lui, dopo, ha quella faccia. Si capisce che vorrebbe solo farsi una striscia di coca e dormire, invece gli tocca accompagnarla indietro e dirle anche due parole. È un uomo per bene e quei convenevoli non può evitarli.

«Come sta Camilla?» guida rilassato, il gomito fuori dal finestrino aperto. Accende una sigaretta e si passa una mano tra i capelli che rivelano i primi riflessi d’argento.
«Insomma.» Ginevra lo guarda di sbieco, gustando la tensione che gli sale nel collo, gli irrigidisce le dita sul volante.
«Perché?»
Fa una lunga pausa, lascia che arrivi fino alla fronte, gonfiandogli le vene. «C’è uno che la fa star male.»
«Chi è?»
«Uno più grande.»
«Quanto più grande?»
«Sta in terza.»
Lui espira profondamente un’approssimativa boccata di fumo, mentre l’apprensione gli trabocca dagli occhi. La brama di controllo ferita, il senso di impotenza gli deturpano i lineamenti sofisticati.  
«I soldi?» si è stufata di giocare, adesso vuole solo andare via.
Lui tira fuori due biglietti da cinquanta e cerca di infilarglieli nella tasca dei jeans mentre le appiccica un bacio molle sulla guancia. Ginevra quasi glieli strappa di mano e scende dall’auto sbattendo la portiera. La BMW sgomma via e sparisce sulla statale. Ginevra attraversa di corsa col semaforo rosso e infila la stradina privata. Accanto ai cassonetti dell’immondizia si ferma. Aspetta che la piccola donna dai lineamenti orientali finisca di differenziare i rifiuti, la osserva sfilarsi i guanti e gettare anch’essi nel cassonetto prima di allontanarsi strattonando al guinzaglio un orribile cane di taglia piccolissima. Apre la tasca interna dello zaino. Dentro ci sono già duecento euro; a casa ne ha altri novecento. Infila i soldi e richiude con cura la tasca, poi infila lo zaino sulle spalle e si rimette a camminare. Si ferma un momento davanti alla vetrina col vestito a fiori. Immagina di indossarlo coi capelli sciolti, senza trucco o quasi. Resta alcuni secondi così, immaginando, fino a che non riesce a vedersi nitidamente: sembra quasi una di loro. Quando riapre gli occhi, la sua immagine le sbatte in faccia riflessa sulla vetrina, sovrapposta a quella del manichino senza testa. Quasi corre fino al cancello della scuola; il cortile è ancora deserto. Siede sul muretto e aspetta, finché al suono della campanella gli studenti esplodono fuori dal portone, allora si unisce alla fiumana che si riversa in strada. Nota la BMW parcheggiata in fondo. Lui esce dallo sportello proprio in quel momento, aggiustandosi il giubbotto di pelle sui fianchi. Sta scrutando la massa di ragazzi che si diffonde in tutte le direzioni. Camilla è pochi metri avanti a lei, lui la vede e le va incontro allargando le braccia come fosse una bambina. Ginevra imbocca la strada nella direzione opposta, diretta al solito appuntamento. Vanda sta fumando in piedi, la schiena contro lo sportello della Fiesta. Il suo cappottino nero nella luce debole del primo pomeriggio le sembra più squallido che mai. Ginevra solleva appena la testa verso di lei prima di salire a bordo.

Vanda guida in silenzio finché non sono uscite dalla città, quasi abbia urgenza di lasciarsi alle spalle quel contesto che non le appartiene e ritrovarne uno più familiare.
«Chi era quel ragazzo?» nella sua voce c’è un’insolita dolcezza, una specie di molle speranza.
«Quale ragazzo?»
«Quello che stava dietro de te. Ho visto che ve siete allontanati pe’ non favve vedè.»
Ginevra avverte una fitta di nausea mista a pena e disprezzo. 
«Niente, mà», sorride debolmente, «è un amico. Suo padre fa il medico.»
Vanda tace, quasi non respira per la commozione.
«Stai attenta, amò. Nun fa cazzate. Quella è gente per bene. Non te dà via, capito?»
Ginevra annuisce lentamente. In lontananza, oltre lo scheletro di un palazzone abbandonato, un treno dell’alta velocità scorre via lucido tra gli alberi e le colline. È talmente bello da sembrare finto, uno di quei modellini visti qualche volta in tivvù. Non appena avrà soldi a sufficienza salirà su quel treno e sparirà laggiù, oltre la natura sconfinata, nel mondo che da qualche parte esiste. Alle sue spalle, senza che lei possa vederla, la torre sembra spiarla da lontano, tetra ferita nel cielo dolce dell’imbrunire.

Collage di Ottavia Marchiori

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