Tra noi

Testo: Riccardo Meozzi
Immagine: Carlo Magno – Dürer / Antimonio

Le sue mani avevano dita oblunghe e curate, che non facevo altro che confrontare con le mie. Per tutta la mia infanzia mio padre è sempre e solo stato questo: un paio di mani con dita lisce e efficienti, e non una frase o una persona. Mi capitava, quand’eravamo lontani, di provare vertigini se tentavo di ricostruirlo o dargli un volto, e che riuscivo a focalizzarlo, a dire lui è il babbo, soltanto quando rievocavo le sue dita e i loro movimenti.
Le sue mani erano quelle di un impiegato nato contadino. Era bravo nel disegno industriale e con le lettere; da ragazzo aveva provato a scrivere poesie. Oggetti e parole, ecco ciò che le mani di mio padre sapevano creare, le qualifiche che aveva nel mondo. Tutti parlavano di lui in quei termini, e lui d’altra parte esisteva in funzione di quelle mansioni, del modo in cui gli davano da vivere. Aveva quelle mani, oblunghe e curate, e le metteva in risalto lasciandole nude eccetto che per la fede.
Con quelle appendici che invidiavo e che guardavo di straforo mio padre, il sabato, apriva la cassapanca rinverniciata di bianco che avevamo in garage: era un vecchio mobile in legno venti centimetri più alto di me con due piccoli sportelli sulla parte bassa e un altro grande, pesante, che si apriva verso l’alto come una bara. Lui sollevava quell’apertura funeraria e intanto io mi mordicchiavo, ritmico e angosciante, le labbra. Per qualche secondo frugava nel corpo del mobile, la faccia rivolta al soffitto, e poi, vittorioso, ne traeva fuori due custodie di finta pelle.
Quale vuoi, mi chiedeva, quella di Federer o quella di Nadal?
Era sempre la stessa domanda, posta per la prima volta quando lo spagnolo aveva vinto il Roland Garros nel 2005 e da lì in poi sempre ripetuta.
Qual è di Nadal?
Quella corta.
Allora allungavo la mano verso la racchetta, la mia mano con attaccate dita infantili e cicciotte che, a dodici anni, facevano una certa impressione perfino a me mentre lui, muto, mi osservava. Ma poco prima che la mia mano si stringesse intorno al manico lui si metteva le due custodie sottobraccio e si incamminava verso l’auto.
Adesso vieni, diceva, facciamo qualche prova là al campo e poi vediamo come va. E poi, cristiddio, è possibile che non ti ricordi qual è la racchetta di Nadal?
I nomi dei giocatori e le loro racchette io però li conoscevo; era lui, con quel gesto di frugare dentro il corpo del mobile, a farmeli scordare. Li avevo imparati vedendo i tornei in tv con lui, che guardava il tennis come io, fino a qualche anno prima, avrei voluto guardare i cartoni animati, che però mi erano concessi solo dalle cinque alle sette. Mio padre invece guardava tutta la tv che voleva, ma solo se trasmettevano qualcosa che riguardava il tennis. C’era un canale, il settantasei, che mandava in onda vecchi match e che lui adorava: avrà visto le stesse partite un numero di volte che ho paura a quantificare.
Io quei match non li avrei mai volute guardare. Era lui, quando mi vedeva uscire dalla cucina diretto in camera mia, a chiedermi se volessi sedermi. Se però non rispondevo o anche solo tardavo a farlo, con calma mi spiegava che era buona cosa seguire uno sport e appassionarsene, che non c’era niente di meglio per formare la disciplina e raggiungere i propri obbiettivi. Usava parole caute e docili e un tono flebile che ammetteva – a patto di essere un minimo accondiscendente – perfino delle repliche. Io però a ribattere non riuscivo, e nel migliore dei casi mi sedevo senza aprire bocca. Cercavo di concentrarmi sulla partita mettendoci tutto me stesso, ma il silenzio che c’era fra uno scambio e l’altro e la voce inglese dell’arbitro mi facevano venire sonno o mi estraniavano. Mio padre, come se più che alla partita stesse prestando attenzione a me, se ne accorgeva subito. Il primo rimprovero era bonario e sempre uguale: dovevo cercare di seguire, altrimenti non sarei mai migliorato. Ma se la mia disattenzione proseguiva allora, risentito, mi diceva che tanto valeva andassi in camera a leggere o fuori, in giardino, a esercitarmi lanciando la palla contro il muro di casa cercando di colpirla di dritto. Questo, però, avveniva solo quando mi lasciavo convincere e mi sedevo.
Le altre volte, quando mi mostravo riottoso o inventavo scuse, il suo tono smetteva di essere flebile e virava sull’aggressività. Non mi prendeva a male parole né alzava la voce, soltanto provava a fare leva su di me, sul mio atteggiamento e sul mio corpo. Sosteneva che non era normale che odiassi tutti gli sport, e che così facendo i miei coetanei avrebbero di sicuro continuato a mettermi i piedi in testa sia nei giochi che a scuola. Sciorinava poi una serie di rimproveri sul cattivo fisico che avrei sviluppato e sull’atteggiamento sbagliato che avrei avuto nei confronti dei problemi adulti, quelli veri. Mi diceva, alzando la voce ma senza mai scavallare nell’urlo, che gli altri mi avrebbero superato, e che senza sport non avrei conosciuto l’importanza di seguire delle regole e che tutto, nella mia esistenza, sarebbe andato a scatafascio.
Quei rimproveri erano coltelli che mi piovevano addosso. Mi svincolavo dalle sue parole e andavo in camera, dove mi mettevo a leggere e ogni tre per due buttavo un occhio alla porta sperando che non venisse a cercarmi. Le sue parole erano vere e per questo mi facevano paura, ma al contempo non volevo che quella verità mi franasse addosso. Mio padre avrebbe dovuto proteggermi, avrebbe dovuto insegnarmi come ci si difende dai mostri, e non gettarmi fra le loro fauci. E più ci pensavo, più pensavo a ciò che avrei voluto fosse e facesse, più lui si sgretolava. Per ricostruirlo, per restituirlo alla realtà, tentavo allora di ricordare come si muoveva e le cose che diceva, ma non riuscivo mai ad afferrarlo del tutto fino a che non richiamavo l’immagine delle sue mani e delle sue dita; solo loro mi davano l’impressione di vederlo davvero e di riaverlo indietro, e dopo un paio d’ore tornavo di là a cercarlo.
Quasi sempre lo trovavo con in mano la sporta della spesa. Mi sorrideva. Io, stregato, gli sorridevo di rimando. Poi, forse dimentico del litigio e delle proprie parole, mi chiedeva di accompagnarlo al supermercato e di aiutarlo a scegliere la cena. Protendeva la mano destra verso di me e io, sebbene avessi quasi tredici anni, non potevo fare a meno di farmi stringere dalle sue dita e di ritrovarmi, ancora una volta, nella sua mano.

Parte #2

Carlo Magno – Non è tutto oro quello che luccica, non è tutto giallo il grano – Marta Di Giovanni

Il campo dove andavamo a giocare non era quello del circolo cittadino. Il noleggio a ore là costava moltissimo, ma non penso che mio padre lo evitasse per un discorso economico; credo che lo detestasse perché non gli piaceva incontrare i clienti abituali, avvocati e professionisti che si trasmettevano il mestiere di generazione in generazione e che, immagino, non potevano fare a meno di guardarlo di traverso.
A quello del circolo mio padre preferiva un campo privato nel suo paese natale, distante qualche chilometro dal nostro quartiere. La proprietaria era una vedova settantenne che aveva così tanto timore di morire da non uscire quasi mai di casa e che interloquiva con noi affacciandosi dalla finestra del suo villino, separato dal campo da un piccolo stradello asfaltato. La vecchia si ricordava di mio padre da bambino, e così ci permetteva di giocare un paio d’ore a prezzi ridicoli. La pagavamo in anticipo. Le passavamo i soldi attraverso la finestra, e lei ci ringraziava tirandoci un bacio che mio padre faceva finta di afferrare.
L’altro motivo per cui mio padre preferiva il campo della vedova era la sua vicinanza al Tevere. Lo diceva sempre, e quando il vento tirava dalla direzione giusta arrivava dall’alveo una frescura fluviale; mio padre, sentendola, si rilassava e si muoveva sulle punte dei piedi quasi come se stesse ballando e quando sbagliava – evento raro – addirittura ne rideva sopra. Tutta quell’ilarità veniva, secondo me, dal fatto che ci trovassimo nel suo paese natale, luogo che non visitava molto spesso e di cui non riusciva a parlare senza innervosirsi. In quei momenti però stringeva la racchetta e aveva la faccia di chi è in pace: poco gli importava del resto.
Io, dall’altra parte del campo, crepavo d’inadeguatezza, a partire dall’abbigliamento. Non ero mai vestito come dovevo, e mi sembrava che i pochi abiti sportivi che possedevo fossero troppo infantili; le mie tute erano in cotone o acetato e variavano dal viola scuro quasi nero al rosso acceso. Me le comprava mia madre per le ore di ginnastica a scuola sostenendo il mantra del bucato e della durata. Al contrario mio padre, di fronte a me, indossava comodi pantaloncini in tessuto sintetico, scarpe adeguate e una maglietta traspirante. Era perfetto, nell’abbigliamento come nel corpo – corpo che non avevo quasi mai l’occasione di vedere.
Mi aveva cresciuto nel pudore e nel rispetto degli spazi altrui. Da bambino mi aveva presto insegnato a lavarmi da solo e a non entrare in bagno quando occupato da lui o da mia madre. Erano loro, al massimo, a conoscere la mia nudità, ma per il semplice fatto di essere i miei genitori, e non per rilassatezza o intimità domestica. Il corpo di mio padre era, nella mia immaginazione, composto soltanto dai vestiti che indossava tutti i giorni, completo e camicia per il lavoro e calze quasi sempre lunghe, anche d’estate, quando andavamo in aeroporto e doveva difendere i piedi dall’aria condizionata, male immondo che poteva fargli venire il raffreddore. Era sempre vestito per il proprio ruolo e soltanto nelle sere d’inverno, a volte, indossava una tuta, che ai miei occhi era comunque molto più elegante delle mie. Era color grigio pallido senza elastici alle caviglie e con un piccolo logo appeso alla cerniera; si trattava di un abbigliamento da riposo vietato in tutte le altre occasioni, e mi pare che quella tuta esista ancora da qualche parte, forse in un armadio oppure in cantina. Essere lì con lui, nel campo, mi permetteva però d’intuire com’era fatto.
Era alto, e a poco più di quarant’anni del tutto sprovvisto dalla tipica pancia che vedevo negli uomini della sua età. La sua magrezza non era però né trasandata né imposta dal lavoro stressante: era slanciata e sobria. Non aveva problemi di salute cronici, al massimo era insofferente nei confronti della febbre e del raffreddore, anche se da giovane aveva avuto una bruttissima polmonite e si era distrutto entrambi i crociati sciando.
Io sognavo di diventare come lui. Ero anch’io alto e piuttosto in forma, ma non come lui, e quindi non quanto avrei voluto. Mi angosciava, soprattutto, la mia finta magrezza: vestito ero davvero magro, molto più di certi ragazzini che si imbottivano di coca cola e merendine, ma nudo, davanti allo specchio, non avevo mezzo muscolo e la pelle sembrava cascarmi di dosso. Quando afferravo la mia carne non lo facevo mai con modi gentili, no; la dimenavo, le tiravo degli schiaffetti e l’allungavo cercando di capire quanta ne avrei dovuta tagliare per ottenere una magrezza degna di essere chiamata tale. E poi, guardandomi, non potevo fare a meno di ricordarmi che, a quasi tredici anni, ero ancora un bambino, che la cosa che avevo fra le gambe non poteva darmi il piacere e la forza di cui, intorno a me, alcuni miei coetanei già discutevano. Non avevo peli, mio padre invece sì. Non avevo muscoli, mio padre invece sì. Non avevo altezza né magrezza, mio padre invece sì, entrambe, e molte donne per questo lo trovavano così attraente da non poter fare a meno di confessarlo a mia madre, che ridacchiava portandosi il bicchiere alle labbra.

Parte #3

L’hombre vertical – Julio Armenante

Al campo seguivamo ogni volta il medesimo rituale: lui entrava per primo, prendeva posto, e iniziava a far roteare le braccia, prima una e poi l’altra, dopodiché afferrava la racchetta con la mano destra mentre con la sinistra si infilava le palline gialle nelle tasche dei pantaloncini. Io entravo dopo di lui e mi piazzavo sulla linea di fondo dando la fronte al Tevere. Non compivo alcun movimento né mi riscaldavo; ero già sudato in auto, quando lui guidava e mi diceva che ci sarebbe stato da sgobbare più del solito. A volte, se proprio era una giornata infelice, mi rimproverava di non avere abbastanza voglia e mi incitava a fare un po’ di circonduzioni come lui o, se proprio avevo la faccia stravolta, di fare una cinquantina di addominali per scaldare l’addome e poter così rispondere meglio ai colpi. Le altre volte invece, quando era una buona giornata ed entrambi eravamo di umore discreto, si limitava a sbuffare e a dirmi di stare attento e di non esagerare con gli scatti.
Poi batteva la prima palla.
La lanciava in alto con la sinistra e la guardava salire, e quando arrivava a un’altezza soddisfacente la colpiva con la minima forza necessaria a mandarla dalla mia parte. Quella prima battuta era sempre – sempre – un ace secco, un punto pulito e senza contatti, né con la rete, né con la mia racchetta, né con il mio corpo. La colpa della sua ineluttabilità era tutta mia, mia soltanto. Era mio il corpo incapace di muoversi verso la traiettoria della pallina, miei gli occhi che la osservavano attraversare l’aria, mia la lingua che bagnava le labbra quando colpiva il terreno e decretava la fine dell’azione. Era mia la colpa, non di mio padre e della sua bravura, non delle regole del tennis, e per quanto mi sforzassi di attribuirla a qualcun altro la colpa mi restava appiccicata addosso e si condensava in grosse gocce che, da quel momento in poi, mi avrebbero solcato la schiena partendo dalla base del collo.
Lui, invece, che quel primo punto fosse sempre uguale sia nel tempo che nello spazio, non sembrava farci caso. Alzava le spalle e le riabbassava tenendo in mano un’altra pallina: forza, mi diceva, ora quest’altra meglio, eh. Tirava ancora, e io, che non mi ero riavuto, scattavo a tutta velocità e quasi caracollavo per terra nel tentativo di rispondere, tentativo che per altro riusciva quasi sempre, seppur fiacco e maldestro. La palla tornava di là e lui rispondeva con calma, lusso che io non potevo permettermi: mi ero rimesso in piedi a fatica, già vinto dalla stanchezza, e correvo incontro alla palla osservandola toccare terra e rotolare un po’ più in là.
Questo era il tono dei primi scambi: un tocco mio e due di mio padre, sempre così per tre o quattro volte, fino a quando lui non sbottava e mi diceva di prestare più attenzione, di muovermi meglio, di non lanciarmi sulla palla e di tenere il braccio rigido, di non muovere il polso, di ruotare il bacino e colpire, di prevedere dove lui avrebbe mandato la palla, e – quando era una giornata fortunata – di bere un goccio d’acqua e fare una pausa.
Durante il tempo di riposo non mi parlava. Prendeva dallo zaino una bottiglia d’acqua e, dopo essersela portata alle labbra, si riempiva la bocca. Però non beveva mai; sputava l’acqua per terra. Poi si asciugava la bocca con il dorso della mano e, senza guardarmi, mi allungava la bottiglia. Io la portavo alle labbra e mi imponevo di fare come lui, di sentire la frescura dell’acqua senza berla, ma appena il liquido mi congelava le gengive e dilagava sul fondo del palato non potevo far altro che mandare indietro la testa e inghiottire. La sensazione di benessere e ristoro era immediata, favolosa, ma veniva subito divorata dalla premonizione che di lì a poco, quando avremmo ripreso a giocare, la milza mi si sarebbe contratta dallo sforzo.
Tornavamo in campo. La seconda parte dei nostri incontri consisteva in un allenamento perenne: mio padre mi insegnava, mi guidava, e io, muto e accondiscendente, imparavo, o per essere più preciso inseguivo i suoi insegnamenti allontanandomi ogni giorno di più dalla bravura. Si limitava a indicarmi i movimenti e le situazioni in cui metterli in pratica. Mi chiedeva di stare sempre sul chi vive, con le gambe leggermente più larghe delle spalle e il peso spostato di poco in avanti, di piegarmi sulle ginocchia e di tenere gli occhi sul mio avversario. Questo, mi spiegava, serviva a muoversi in fretta nel campo e aumentare la velocità di scatto in avanti e ai lati, punti molto vulnerabili in qualsiasi tennista. La cosa più importante era però non voltare mai le spalle all’avversario, nemmeno in casi disperati. Era come predare e essere predati, mi diceva, davanti ti puoi difendere, dietro no, e se dai le spalle a qualcuno allora non farai altro che invogliarlo ad attaccarti con più forza, scelta che porta sempre alla morte.
Le spiegazioni successive di solito riguardavano come rispondere. Il segreto era nello scegliere il colpo adatto alla palla che ti veniva mandata contro e agire mescolando impulso e tecnica. Dritto. Rovescio. Battuta. Volée. Questi i miei colpi, queste le armi per difendermi dagli attacchi. In generale, proseguiva mio padre, l’importante era comprendere che non era il polso a dover lavorare ma l’intero corpo, in una coordinazione così precisa da trasformare le articolazioni in un unico blocco. Dovevo avere una buona posizione, essere sicuro ma flessibile e infine muovere il tronco sfruttando lo slancio delle gambe senza mai imprimere più forza del dovuto o chiudere il braccio su di me. In questo modo non correvo il rischio di farmi portare via dal colpo avversario né di rispondere in modo fiacco. Dovevo rimanere padrone di me e della mia forza e di tutti i miei movimenti, sincronizzandoli in un’unica e armoniosa azione che mi avrebbe dato il punto e quindi, un passo alla volta, la vittoria. Se fossi stato bravo, inoltre, la forza sarebbe passata in secondo piano e avrei vinto sfruttando strategia e resistenza.
Io volevo essere bravo. Applicavo alle sue lezioni la stessa attenzione che usavo a scuola e che mi fruttava tante lodi, ma in mezzo al campo la realtà sfracellava le mie conoscenze: le palle erano troppo veloci e io troppo lento; i miei colpi erano deboli e di polso; la mia postura non era corretta; il mio cervello non riusciva a sincronizzare le mie membra. E così fallivo, o se progredivo era soltanto per un guizzo di fortuna o per un tipo di concentrazione che non sono mai stato bravo a mantenere.
A fine partita poi mio padre mi ribadiva un’ultima cosa. Vicini, sulla panchina, con lo zaino pronto, mi mostrava la sua mano destra. Serrava le dita l’una accanto all’altra, come una spatola, e me l’accostava al viso. Deve essere come uno schiaffo bello teso, diceva, ci devi mettere l’intera spinta del tuo corpo perché se ci metti solo il polso, se lavori solo di quello, ti farai più male tu di quello a cui lo stai dando.
Io, immobile, aspettavo che mi togliesse la mano dal viso e mi dicesse di salire in auto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...