Un lungo fine settimana

Testo: Federica Rigliani
Immagine: Anish Kapoor (forse?)

Sul badge c’era scritto Psicologa. Si chiamava Amalia e il suo fu il primo viso che vidi al risveglio. Mi strinse le mani, sotto i nostri polsi il timbro dell’ospedale sul lenzuolo era verde farmacia.
– Va tutto bene – disse con voce pacata.
– Fabio… – sussurrai prima di riaddormentarmi.
Eravamo arrivati la mattina del giovedì. I viadotti tagliavano il cielo del capoluogo come pieghe di una cartolina gualcita. Sotto di noi, la città scendeva a picco sul mare tra piloni di cemento. Alti palazzoni di periferia si tuffavano a cascata dalla montagna e degradavano sul centro storico, che snocciolava le sue case addormentate fino alle strade del porto bordate d’azzurro. Avevo pensato ai vicoli di tante canzoni in quell’alba silenziosa.
Navi grandi come condomini erano attraccate al molo turistico. Nello scalo commerciale, bracci di ferro e tentacoli d’acciaio movimentavano container pieni di cianfrusaglie che, prima o poi e chissà dove, avrei comprato anche io; quasi non avessero avuto peso venivano allineati sulla banchina carico-scarico merci, vicino alla darsena. Nell’aria, odore di ruggine e salsedine.
Rispettando i percorsi pubblicati dal Comune, il nostro camper aveva seguito la colonna su ruote fino al parcheggio individuato dalle Autorità. Ci avevano accolto il tramestio di manovre e un gran vociare di manifestanti zaini in spalla. Con loro avevamo attraversato le strade presidiate e deserte del centro. Le serrande dei negozi erano abbassate e le bandiere arcobaleno sventolavano sotto i cornicioni, qualcuno era affacciato, di altri si vedeva la sagoma dietro le tende scostate di lato con un dito.
Volevo fare colazione e saziare il calo di zucchero che risaliva con fastidio l’esofago, ne soffrivo da poco ma avevo imparato a riconoscerlo. Sarebbe bastata una delle Rossana dimenticate nel camper, invece al Media Center ero arrivata con la spossatezza di un abbassamento pressorio. Il caldo, avevo pensato. Era il nostro primo servizio a pagamento, e quando la testata ce lo aveva commissionato io e Fabio avevamo preso a pugni l’aria e gridato E vai. Avremmo documentato l’incontro dei grandi della terra e il dissenso dei contestatori, arrivati a migliaia per protestare contro le geografie economiche mondiali. Poi il Salento, con la pancia piena di trofie pesto, patate e fagiolini.
Avevamo sistemato la postazione nell’aula redazione della scuola, lì reporter e freelance schizzavano tra cavi intrecciati, telecamere e schermi accesi. Una gigantografia del centro occupava mezza parete, qualcuno vi aveva evidenziato i percorsi concessi alle manifestazioni: verdi quel giovedì, rossi l’indomani, viola il sabato. Fabio era uscito subito per la diretta, io mi sarei occupata del montaggio. Toma, aveva detto una voce seduta accanto a me. Catalano, dreadlocks sotto al collo e occhi nocciola striati al miele d’acacia, Ramírez mi passava una bottiglia di birra. Il solo pensiero mi aveva scombussolato lo stomaco.
Le immagini e gli aggiornamenti di Fabio erano arrivate puntuali dal corteo. C’era stato qualche tafferuglio ma era finito tra canti e balli, le Forze dell’Ordine non avevano risposto a chi gli aveva lanciato contro sassi e bottiglie, gente vestita di nero. Avevo montato il servizio in mezz’ora e me ne ero andata a dormire, con la nausea da stanchezza e i panini distribuiti dai volontari di un’associazione: due per Fabio e due per me, uno me l’ero lasciato di scorta per la fame notturna che da qualche tempo mi sorprendeva. Pensi sempre a mangiare, aveva sorriso al rientro.

Mi svegliò una fitta alla gamba destra. Oltre la finestra, la linea di luce all’orizzonte rischiarava nella penombra il camice di Amalia. Il dolore mi avvolgeva come una pellicola. Diffuso su tutto il corpo, esplodeva diverso: acuto in testa, compresso nell’addome, pruriginoso nel ginocchio. Mi avevano incoronato con le bende, il braccio scoperto era verde e viola, quello sinistro stipato nel gesso. Un tubo usciva dal costato, un altro ce l’avevo tra le gambe.
Provai a sollevarmi, sentii l’ago in vena spostarsi e la gamba destra rifiutare ogni comando. Amalia si avvicinò.
– Sono stata operata? – dissi mentre la lingua si faceva spazio tra il gonfiore.
– In mattinata arriva il medico e ti dirà tutto.
– Dobbiamo cercare Fabio.
– Calmati, ora. Come ti chiami?
Disse che lo avremmo trovato, che ero in ospedale da tre giorni senza documenti, né telefono. Volevo chiamare qualcuno?
A preoccupare mamma fu l’ora della telefonata. Si rincuorò fino alle lacrime sentendomi, i telegiornali l’avevano sconvolta e invano aveva chiesto di me al Pronto Soccorso: in troppi erano entrati solo coi vestiti, senza un nome né un cognome. Svegliò mio padre, sarebbero partiti subito.
Amalia mi sfilò di mano il telefono, con la stessa delicatezza aggiustò la riversina tendendo le pieghe stropicciate verso l’esterno. Io guardavo il soffitto.
– Sono qui per ascoltarti.
Non c’erano parole, non dissi nulla. Ma i flash mi si accendevano continui nella fissità degli occhi, alcuni li accompagnavo con scatti improvvisi.
Alle dieci del mattino il catrame non bruciava sotto il sole di luglio. Il sit-in cantava davanti ai palloncini attaccati alle grate che chiudevano la zona rossa, gli agenti antisommossa ritti come blocchi di marmo a garantirne l’inviolabilità.
Nell’obiettivo di Fabio le tute nere si moltiplicavano, con passo lento sprangavano i finestrini delle automobili e le vetrine. I poliziotti li stavano a guardare. Quando anche i Bancomat furono presi d’assalto, le forze dell’ordine iniziarono a identificare le persone e il sit-in si mosse. Le mamme correvano trascinandosi i figli e molti avanzavano con i palmi dipinti di bianco tesi in avanti in forma di resa. I visi e le maglie si rigarono di rosso, l’asfalto si riempì di gocce e chiazze viscose.
Fabio scappava in direzione del corteo che usciva dal sottopasso, uno degli otto partiti quel venerdì mattina. Lavoratori, reti di donne, associazioni, sindacati e giornalisti si erano riversati nelle strade, dalle riprese aeree sembravano un unico fluido che si diffondeva in reticoli per capillarità.
Non andare lo avevo scongiurato, mostrandogli le immagini che il corrispondente spagnolo inviava al monitor di Ramírez, una prospettiva completa quanto allarmante. La sua voce filtrava ansante dal fazzoletto, teso sugli zigomi e annodato dietro la nuca. Le tute nere davano fuoco ai cassonetti e alle automobili con la calma della tranquillità e le colonne grigie dei gas si confondevano con quelle nere degli incendi. I lacrimogeni disegnavano archi scuri in cielo e toglievano l’aria nelle strade. Molti premevano mezzi limoni sul naso per limitarne l’effetto irritante, altri si cospargevano le narici col Malox e chi aveva i guanti raccoglieva le granate per lanciarle contro il muro di divise, schierate in tenuta antisommossa davanti a una barricata di mezzi blindati. Gli agenti avanzavano e caricavano. Tutti con le maschere antigas.
Sono un giornalista urlava un uomo, la macchina fotografica sfasciata tra le gambe, il labbro inferiore tre volte tanto, il pass al collo. Sulla scritta Press del fratino fosforescente, il sangue si diffondeva a spruzzi sotto i colpi dei Poliziotti. Immobile sulla linea di mezzaria, una ragazza li guardava. I pantaloni calati al pube, la maglia sollevata sul seno, le braccia in alto come quando ti puntano un’arma. Mostrava una luna tonda di carne. La bocca e il mento le tremavano. Poi Fabio si era messo a correre.

L’infermiere lasciò la colazione, Amalia spinse il tavolinetto finché le ruote non furono sotto al letto e il piano col vassoio davanti al mio naso.
– Puoi solo bere. Preferisci l’orzo o il tè?
Le chiesi di scansare quei vapori caldi, li spinse vicino alla finestra come si fa coi passeggini. Poi la invitai a sedersi, battendo con la mano lo spazio vuoto del lenzuolo accanto a me. Sentii il filo della flebo tirare.
– Quanti morti? – dissi con la voce sottile.
– Uno.
Fabio stava lì quando è partito lo sparo. Qui è tranquillo, aveva detto da una piccola piazza. Poi, un tonfo. Un cassonetto di metallo rovesciato. Il Defender che ci era andato a sbattere contro. I carabinieri a scacchi dietro la rete di ferro a protezione dei finestrini. Un ragazzo giovanissimo di fronte al portellone posteriore che sollevava un estintore.
Prima del buio avevo sentito Fabio gridare Sono della stampa, sapendo che non era più una garanzia.

Il medico fu gentile. Nominò le ossa rotte del braccio, radio e ulna, e il trauma della gamba, un’estesa contusione di secondo grado che aveva interessato parte del femore. Il drenaggio biliare scaricava direttamente nel sacchetto di raccolta, l’urina era striata di rosso a causa delle lesioni interne e la benda copriva quindici punti di sutura nel vuoto rasato dai capelli. Per il bambino abbiamo fatto il possibile. Mi dispiace. Ora cerchi di riposare.
Premetti sulla tempia, come a fermare le pulsazioni. Amalia sembrò sentirla la scossa che mi trapanò, mi avvolse in un abbraccio di contenimento e il mio dondolio divenne suo. Rimasi tra le sue braccia, immersa nell’odore pulito del camice.
Cercavo Fabio nei monitor quando i Carabinieri avevano fatto irruzione, i computer che non sfasciavano se li portavano via. Alcuni di loro bloccavano l’uscita, altri ci mettevano uno accanto all’altro faccia al muro. Pestavano gli uomini. Passavano i manganelli sull’inguine delle donne, tra le gambe, lungo la cucitura dei jeans sul sedere. Mimavano amplessi con quelli, ci chiamavano troie.
Ramírez scansò da me un agente, in quattro lo presero per i capelli. Come ti permetti, testa di cazzo? Lo lasciarono con la gamba sinistra piegata al contrario all’altezza del ginocchio. Guardalo il tuo principe azzurro, aveva detto quello che mi aveva preso per la nuca. Poi il muro in fronte, il termosifone sulla tempia, il caldo lungo la guancia. Mi trascinarono di fronte a un corridoio e mi posizionarono come si fa coi burattini. Al via avrei dovuto camminare in quel budello, dietro chi mi precedeva e avanti a chi sarebbe venuto dopo di me. Lungo le pareti, i Carabinieri erano disposti spalla a spalla. Sferravano colpi, sforbiciavano in aria i manganelli.
Pensa alle Rossana, mi dicevo mentre il sangue schizzava sui muri e sulle loro visiere. Pensa alle Rossana. Un colpo, e mi ero piegata sul fianco. Gli anfibi sulla pancia, sulla schiena. Non ero arrivata neanche a metà corridoio, che i jeans divennero bordeaux tra le gambe. Un attimo dopo, il sangue mi striava le caviglie e si allargava a terra in una pozza densa.
Se avessi saputo avrei fatto forse come quella ragazza, forse avrei scoperto la pancia. Ma non avevo una luna tonda di carne, non sapevo di essere entrata al Media Center con due cuori e che uno dei due nuotava.
Amalia mi avvolse con una coperta doppia. Sentivo l’alito sul collo mentre mi sfregava con vigore per levarmi via i brividi. Tirò la cordicella, l’infermiere spinse il sedativo nella flebo e io divenni morbida. Quando riaprii gli occhi, credetti di sentire il profumo di mia madre.
Piansi quando la vidi appisolata sulla sedia. Mio padre incrociava le parole nella settimana enigmistica al tavolino di metallo. Accanto, un pacco di Rossana.
Quando ero bambina le seminava in corridoio come premio, perché le raccogliessi a una a una e vedessi il mondo rosso oltre l’involucro.

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