Sgommate

di Amelia Di Corso
copertina di Claudio Parentela


Spingo la porta blu per accedere al reparto, e cammino lentamente lungo il corridoio. Chissà se l’hanno fatta così apposta. Il blu significa calma, riporta alla profondità del mare, è il colore del silenzio, dell’equilibrio. Io l’ho scelto per le pareti della camera da letto, anche se mia madre mi consigliava il beige, lei è fissata con il beige, dice che allarga le stanze. Le piacerebbe questo corridoio, in effetti è beige – ma credo sia un bianco sporco di anni in realtà – e sembra lunghissimo. Ho tutto il tempo, prima di arrivare alla mia stanza – mia e di altri tre disallineati – per ripensare a ciò che ci siamo detti con la psicologa. Forse l’hanno fatto lungo apposta, per farci riflettere.

Ogni cosa che i genitori fanno, ha sempre una conseguenza sui figli, pur non volendo. Mia madre è la paladina del “chi risparmia spreca”, tutto va fatto al meglio, acquistato al meglio, una sola volta e buona, tutto deve durare una vita intera. Una delle liti, finita negli annali della mia famiglia, è stata quella per la macchinetta del caffè che le aveva regalato mia zia. La macchinetta prima di tutto aveva la pecca di saper fare solo il caffè, quindi niente cappuccino, niente latte schiumato, e non esistevano in commercio cialde apposite per poter variare sul tè o sul ginseng.

«Manco il decaffeinato!» urlava mia madre, «questa mi vuole far schiattare d’infarto». L’elettrodomestico occupava sul piano della cucina uno spazio troppo grande, per così poche funzionalità. E poi la qualità era bassa.

«Quanto vuoi che duri la plastica? Questa tra un paio d’anni è da buttare. Le cose tanto le paghi e tanto durano».

Fatto sta che la macchinetta si ruppe dopo soli sei mesi.

«Tu non impari mai nella vita! Il ferro da stiro io ce l’ho da dieci anni! Se il tuo regalo dopo mezzo anno finisce nella pattumiera, praticamente è come se non me l’avessi fatto, saresti potuta venire senza, mi avresti quantomeno regalato un’incazzatura in meno!»

Non si sono parlate per tre mesi. Poi mia zia le ha regalato il Bimby ultima generazione.

Se l’ossessione per l’utilità massima l’ho presa da lei, la precisione invece, è stato un dono di mio padre: libri disposti per altezza, cappotti appesi dal più lungo al più corto, forchette e cucchiai ben allineati nel cassetto, poggiati sul lato destro, uno dietro l’altro, ogni curva abbracciata alla medesima curva del precedente e del successivo, che sembra quasi si vogliano bene. Come lui, anche io non riesco a lavorare se sulla scrivania il lume non è in linea con il porta matite. Per questo, per casa mia ho comprato un tavolo da lavoro su cui sono ben visibili i listelli di legno. Mi fanno da righello.

Entro nella stanza e vedo le valigie sul letto del mio vicino. Giusto, lui ha finito, si è riallineato. Ci battiamo il cinque.

«Oh, quando esci pure tu, mi inviti a vedere casa nuova»

«Sì, ma niente pugni sulle porte» lo prendo in giro io «che mi devono durare almeno vent’anni».

Ridiamo, poi lui ci saluta con la sua mano ancora fasciata.

Subito dopo mi brontola la pancia e sento una fitta forte al fianco. Non può essere già la nostalgia. Altre fitte. Ma che… No aspetta… Lo sapevo che erano lassativi! Maledetti. Mi siedo sul materasso mentre mi contorco, respiro, cerco di resistere ai crampi.

«Vai ar bagno che mo te cachi sotto» il mio compagno di stanza, quello che sostiene di venire dalla Valle d’Aosta, si preoccupa per me, mi trascina in bagno e mi cala le braghe.

«’Sto sciopero della merda te farà resta’ qua dentro per sempre. Da’ retta, che ’n amichetto mio c’è morto in uno de ‘sti posti»

«Ma la sanità al nord non funzionava meglio?» sussurro sarcastico tra un dolore e l’altro.

Poi mi libero. Era una settimana che non cacavo.

«Il mio rapporto con la merda è sanissimo, dottoressa. È quello con la tazza del cesso che si è incrinato».

Ho iniziato a farci caso negli appartamenti in affitto. Ne ho cambiati più di uno durante il periodo universitario, e da tutti ho imparato qualcosa. Per esempio, che non bisogna mai scegliere un pavimento bianco se si vive (o si spera di vivere) con una donna perché, un attimo dopo l’aspirapolvere, già si vedono i nuovi capelli persi per terra. Oppure che non voglio una doccia coi vetri lisci, sia per poter usare il bagno in due – tipo se un coinquilino suscettibile si fa la barba e l’altro vuole già lavarsi – e sia per non essere schiavo del tergicristalli e di quella pratica pietosa per cui, per evitare che il vetro si asciughi con mille gocce, tu, nudo e bagnato, sali e scendi per togliere l’acqua sulle ante del box. O ancora: al bando tutti i mobili laccati di lucido, perché si riempiono di ditate visibili in controluce. Insomma, ho collezionato accorgimenti per quando mi sarei dovuto fare una casa tutta mia, il più possibile comoda, utile e duratura. Ma non mi era ancora chiaro come dovesse essere la tazza del cesso. Cosa faceva sì che io in alcuni bagni, dopo la cacca, lasciassi il water lindo e pinto, lucente, come non avessi mai cacato, e in altri, io stesso, con la stessa inclinazione del corpo, la medesima posizione dell’ano, lasciassi dietro di me una scia di merda biblica, apocalittica, dall’estremità della tazza fino al fondo dell’acqua?

Finché gli appartamenti non erano miei, il dubbio poteva anche rimanere irrisolto. Ma quando ho comprato casa, io dovevo capire che sanitario scegliere. Il gabinetto, una volta impiantato, non è cosa che si cambia facilmente. Dura anni. Nessuno cambia il wc da un giorno all’altro se non ci sono rotture o lavori idraulici da fare. I cessi non sono vestiti, non li cambi in base alla moda, in certe case restano per tutta la vita. Allora, di fronte a un per sempre, chi sceglierebbe alla leggera? I matti forse, come il tizio che è appena arrivato a occupare il letto libero nella nostra stanza. L’infermiere si è raccomandato di non usare davanti a lui parole che contengano la lettera S. Ora, io mi chiamo Simone, e mi sono dovuto presentare come Limone, quindi direi proprio che sì, questo ragazzo acquisterebbe di certo una – eterna, mai più cambiabile – tazza del cesso a caso!

La mia è stata solo un’attività di prova e catalogazione. Una serie di test, di collaudi… di esperienze. Che c’è di male a fare la cacca nelle toilette altrui? Scartando ogni possibile opzione, avrei trovato alla fine il bagno più adatto a me, alla mia conformazione del corpo. Se io andavo a una festa, sparivo per un po’, nessuno si accorgeva della mia assenza, perché ero diventato anche veloce. Per la questione puzza si agisce così: innanzitutto la finestra va aperta appena si entra, poi il segreto sta nello scaricare quanto prima, quindi non appena si visiona la portata della sgommata, subito si deve tirare lo sciacquone, e i restanti odori un po’ vanno via nel mentre che si pulisce la tazza – di certo non va lasciata la striscia di merda, non è carino – e un po’ mentre ci si lava le mani; negli ultimi tempi spruzzavo anche un deodorante per ambienti, che portavo nascosto nella tasca interna della giacca – ho dovuto cominciare a portare le giacche. Non sono mai stato così socievole come in quel periodo. Non ho saltato un invito, una cena, una presentazione di Tupperware. Mi sono anche iscritto a un corso di pittura per fare nuove amicizie ed essere chiamato a nuovi compleanni – e anche per saperne di più sui colori, così ho potuto scegliere con giudizio le tonalità delle pareti di casa nuova. Due in uno, mia madre fierissima.

No, non sempre sentivo lo stimolo proprio nelle ore delle feste, ho dovuto studiare come far coincidere i due appuntamenti; mangiavo tanto, questa era la base, facevo sempre il bis e mi fiondavo sui buffet, poi ho capito che per me il caffè era un lassativo, allora ho cominciato a prenderlo ogni volta che mi serviva, a fine pasto ad esempio – anche se di notte non mi faceva dormire – e la combo con la sigaretta è stata micidiale, l’assicuro, perciò ho preso anche il vizio del fumo. Caffè, sigaretta, e bam. Cesso nuovo, sgommata nuova.

«La prima foto l’ho fatta a casa di Clara, dottoressa».

Sarebbe stato impossibile ricordarsi di tutte le tazze provate. Troppe varianti, troppe marche, troppe forme, cambia il bordo, cambia la profondità, cambia addirittura la pendenza della discesa che porta nell’acqua, che in alcuni casi – rabbrividisco – sembra quasi uno scalino. Ho dovuto iniziare a fotografarle tutte.

Questo non mi ha mai causato problemi, nessuno mi ha mai beccato, però ho provato un po’ di immotivato imbarazzo quando, una volta, un mio collega mi ha chiesto di mostrare alla nostra capo la foto di un documento di lavoro che io, giorni addietro, avevo fotografato e che in quel momento ci sarebbe stato molto utile rileggere. La capo era in attesa, il collega non toglieva gli occhi dallo schermo del mio telefono. Ho temporeggiato prima di cliccare sulla mia galleria, ho tentato di mettere il cellulare di sbieco, in modo da poter vedere solo io, ma è stato impossibile. La cartella dei miei scatti era piena di cessi, da ogni angolazione, e io scorrevo velocemente all’indietro per trovare quel benedettissimo documento, ma non riuscivo a trovarlo, e mi sono innervosito perché mi sentivo arrossire, e non ne avevo motivo, perché… non dovrebbe essere grave avere foto di arredi se si sta arredando una casa nuova! Sono altri quelli che si dovrebbero vergognare, tipo chi scorre la galleria accanto alla mamma per mostrare i video dei nipoti, e spuntano le foto del cazzo che manda in chat.

«Limone, tu come mai ti trovi qui? Lui dice che è perché è della Lombardia».

Lancio un’occhiata al mio compagno di stanza valdostano, che si stringe nelle spalle come a dire che non aveva scelta.

«Guarda io non lo s… Non lo… Non… Boh».

«Perché ha cagato dentro ar gabinetto de ’n negozio!»

L’avevo trovato finalmente. Il wc di Fabio non si sporcava mai. È diventato il mio migliore amico. Fabio. Ma pure il wc. L’ho conosciuto al corso di pittura, mi sono finto interessato ai giochi di ruolo quando lui ha lanciato l’argomento alla fine di una lezione. Così mi ha invitato a casa sua tutti i pomeriggi, sono diventato maestro di Dungeons & Dragons, e la sua intera combriccola di nerd mi adorava. A metà partita facevamo sempre una pausa, e io ho potuto esaminare più volte la sua tazza, anche con diverse consistenze di escrementi. Non si è sporcata neanche con la diarrea, il giorno che sono andato a giocare con la febbre.

Ma quel modello di gabinetto non lo vendevano da nessuna parte. Nessuno conosceva quella marca. Ho cercato su internet, e per riuscire a trovare un rivenditore sono dovuto andare al negozio di sanitari fuori città, uno di quei capannoni giganti tutto dedicato all’arredamento dei bagni.

Faccio un giro tra gli specchi, accarezzo i lavandini, attraverso il reparto rubinetti – che ingenuotte le persone che li comprano dorati, mi fanno tenerezza – saltello superando ogni forma di bidè, e finalmente arrivo ai water.

«È fuori produzione» mi dice una tizia con un gilet blu e una spilla appuntata al petto, su cui non riesco a leggere il nome. Mi gira la testa. E adesso come faccio, non posso mica sradicare il cesso di Fabio e portarmelo a casa mia.

«Guardi quanti altri modelli ci sono, è pieno, magari riesce a trovarne un altro che fa al caso suo».

Al caso mio. Questa commessa probabilmente è appena stata dimessa da un trattamento sanitario obbligatorio senza essersi riallineata abbastanza, se pensa che si possa scegliere un cesso in un pomeriggio.

Ho un mancamento.

Mi portano in un angolo del locale, una specie di zona ristoro, con varie macchinette che erogano cioccolate e merendine, e un distributore automatico di bevande calde. La commessa mi sventola con un catalogo di marmi.

«Con o senza zucchero?»

Un cassiere mi porge un caffè. Resto imbambolato, un pensiero mi attraversa la mente. Do due impercettibili colpetti alla mia tasca destra e tintinnano delle monete. Poi mi tasto la sinistra, e sento che la stoffa ha la forma del pacchetto di sigarette da venti che ho comprato poco prima. Lentamente mi appare sulla faccia un sorriso da ebete.

Dodici ore dopo, i carabinieri e gli infermieri mi caricano su un’ambulanza. Chi ha aperto il negozio quella mattina, non poteva credere ai suoi occhi.

«Si è nascosto alla chiusura, ed è rimasto dentro tutta la notte».

Tutte le ceramiche dell’ingrosso erano sporche di merda, chiocciole di cacato giacevano sui fondi senza acqua di quelle tazze, un tanfo di feci misto a fumo di sigaretta appestava l’aria. Mi hanno trovato sdraiato a terra, con i pantaloni alle caviglie e un infarto in corso, accanto alla macchietta automatica del caffè. Una macchinetta buona, una che fa anche il decaffeinato, il tè e il ginseng.


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