I racconti della sopravvivenza

Nel 2006 Einaudi faceva uscire, a cura di Gabriele Pedullà, l’antologia Racconti della Resistenza. È interessante rilevare come siano stati necessari alcuni decenni per avere un testo agile ma calibrato, popolare nell’impianto e stampato presso un grande editore, riconosciuto dal pubblico di massa. Eppure, è banale doverlo ricordare, sulla resistenza si fonda questo Paese, con tutti i suoi inevitabili limiti – o sulla Resistenza in maiuscolo, come osa l’antologia, riappropriandosi del gusto, anche questo popolare, della retorica.
La Resistenza – riappropriamoci della retorica anche noi – viene vista spesso nell’immaginario collettivo come un momento unico, definito nel tempo. E forse a un livello simbolico, in parte, è davvero andata così. Tuttavia, dobbiamo sapere e ricordare che è stata invece una dura e estenuante lotta quotidiana, protrattasi ben oltre i desideri e le legittime aspirazioni dei protagonisti che l’hanno ricercata, creata e condotta a termine vittoriosamente. Ci sono stati i morti, le torture, gli errori strategici, i momenti di noia, la fame, la disperazione, la rabbia, le conflittualità tra i partigiani, il ruolo sempre misconosciuto delle partigiane eppure fondamentale al pari di quello degli uomini, le sconfitte lungo la strada.
Non un momento campale quindi, ma un periodo lungo, che oltretutto trova le origini nell’antifascismo iniziato più di due decenni prima. Un periodo fatto di lotta e di riflessione teorica, di distruzione del nemico fascista e di costruzione del Paese che verrà. Proprio in questa dimensione di realtà spaziale e temporale la Resistenza trova i suoi collegamenti storici e umani a distanza di 75 anni.
Qui non si tratta quindi di superare, tanto meno ideologicamente, l’epopea della Resistenza. Si tratta piuttosto di tracciarne i confini, per poterla finalmente assorbire, digerire, assimilare i valori. Si tratta, infine, di scrivere una nuova epopea, la nostra, non più della resistenza in montagna e in città, ma della sopravvivenza. Racconti della sopravvivenza, rigorosamente in minuscolo, come in tono minore siamo costretti a vivere. Non un parallelismo, né una distanza, ma una nuova scrittura individuale e collettiva, financo una nuova oralità, come è stata quella raccolta e testimoniata da Revelli e altri.
I Racconti della sopravvivenza sono racconti che parlano di presente nelle forme del presente, nelle singolarità delle autrici e degli autori che di questa sopravvivenza sono e si sentono interpreti. Non la ricerca di un mitico neo-neorealismo ma la testimonianza libera e creativa di questi anni già deliranti e ora rimescolati e sconvolti dalla pandemia.
La nostra sopravvivenza non è maschile e non è femminile, non è dei giovani e nemmeno dei vecchi. Sopravviviamo alla vita, a noi stessi, agli altri; al passato e ai futuri possibili. Galleggiamo con la testa a filo d’acqua (Storia dei fiumi). Risaliamo la corrente dei fiumi europei, siamo nel cuore del Novecento, la follia è un contagio della storia e non la possiamo fermare, ma poi ci sono i fiori del mese più crudele e nell’aprile di liberazione siamo di nuovo giovani.
Abbiamo corpi che ci spaventano, corpi che vogliamo nostri (Smalto); corpi che vivono per interposta persona e si domandano cosa accadrà, quando gli anni ne faranno degli io, dei tu, dei loro (La prima sera). Oppure siamo già divisi, lo siamo sempre stati e non siamo animali sociali (Aliena). Diciamo “luna” e pensiamo “casa”, la casa che sta stretta a chi ne vuole uscire, ma non può farlo e si sacrifica, nei modi più ingiusti (Quando eravamo grandi).
Prima o poi, però, le porte si aprono. Ne vediamo uscire uomini fragili (Diari della sopravvivenza), uomini che viaggiano e tornano con ferite aperte, anche quando vengono curate (Il sangue deve restare nel cuore). Sono eufemismi che mettono impiastri sopra le loro inadeguatezze, ma proprio non gli riesce, a fare carnevale come gli altri (Scarpe non belle). Fanno un po’ invidia, allora, i barocchi cultori dei sensi, per i quali stare al mondo impegna in analogie avventurose, tanto effimere quanto sfiancanti (Inizio di primavera).
Dalle porte esce pure la sopraffazione, la bieca violenza (Oracoli;Piccoli inconvenienti). A qualcuna di noi rimane solo la voce, ci diciamo, è abbastanza, nonostante sappiamo, tutt*, che non è vero. Escono gli stereotipi di genere e le nevrosi contemporanee; i giochi di potere e di società (Gotterdammerung). Ci chiediamo chi abbia inventato le regole. Non giochiamo; non invochiamo i padri. Osserviamo e ci diamo nuove leggi (Bestemmiare il padre).
Nessuno ci crederebbe, eppure continuiamo a esistere. Siamo vedove, permane solo un’assenza, più reale del reale, ed è il ricordo di un amore, di un colore (Buio anteriore). Se non c’è la memoria a salvarci, nutriamo sofisticate forme di pietà per la morte dei desideri. Crediamo che le stimolazioni neuronali possano compensare i nostri inverni coniugali (XtraSense). 
Ma la tecnologia salva solo chi se la può permettere; per tutti gli altri, esistono i conti di fine mese. L’economia domestica diventa molto simile a un destino: vince chi arriva prima al pareggio di bilancio (Saldo contabile). Resistiamo, resistere non è mai abbastanza. Dal futuro c’informano che il tempo sta per scadere (Sulla giostra del mondo), siamo materiale e capitale umano facilmente rimpiazzabile, verbali alla mano (Stanno ballando nel bunker; Abbandono n.34987; Il mito di Penelope).  
Facciamo finta, allora, che tutto sia già accaduto, pure la fine del mondo. Siamo tornati e ritroviamo noi stessi (Il nome che nessuno conosce), oppure non ci trova nessuno. Abbiamo dato i nostri lineamenti a qualcun altro, che li porta stampati in viso (La prova). Per amore, per puro amore, ci facciamo dimenticare.