Principessa Mafalda

di Stefano Zampieri

Senza titolo – Chiara Casetta

La tempesta si preannunciò con una pasta di nubi scura e densa. Il sole sparì e il cielo nel breve volgere di pochi minuti si fece più nero della notte. Il capitano osservò l’orizzonte e disse al suo secondo: «È una brutta tempesta.»  Aprirono la carta per cercare il porto più vicino, ma nel migliore dei casi servivano due giorni e invece la tempesta era lì. «Torniamo indietro», suggerì il Secondo, un giovane fresco d’Accademia. Il Comandante, con la cicca in bocca, come sempre e la fitta barba bianca, lo guardò con tenerezza. «Quella tempesta ci sarà addosso in meno di un’ora. Anche se invertissimo la rotta a tutta forza. Ci ha sorpreso, non c’è nulla da fare, ora possiamo soltanto affrontarla sperando che sia clemente e abbia pietà di noi.»
Il Secondo sbiancò, forse era la prima forte tempesta che affrontava nella sua vita, e non si sentiva pronto. Il Capitano poi si rivolse al Nostromo: «Fissate tutti gli oggetti, spegnete i fuochi, e preparatevi. Ci sarà da ballare». I marinai, esperti, corsero a serrare i boccaporti e a fissare le suppellettili. Molti si fecero il segno della croce confidando in un aiuto del cielo. Ma il cielo in quel momento aveva altri impegni e non se ne accorse. 
Il Capitano fece chiamare il Timoniere più anziano e più esperto e si mise al suo fianco. Memorizzò la rotta per il porto più vicino e si mise in attesa. La sfida stava per iniziare.
Il Principessa Mafalda era un piroscafo di prima classe, ben costruito, solido, ma vecchio, ormai irrimediabilmente provato, soprattutto nei due motori a vapore che lo spingevano e che avevano continuo bisogno di manutenzione.
Il Comandante diede l’ordine di prepararsi con l’Avanti Tutta, la condizione che il Capo Macchina temeva fin dalla partenza, ben sapendo che i motori rischiavano di collassare se messi alla prova.
Ormai la tempesta era lì, a un passo. Il Comandante diede gli ordini necessari perché i passeggeri stessero chiusi nelle loro cabine, e si preoccupò soprattutto per il migliaio di migranti stipati negli stanzoni del ponte di terza classe. «Che stiano tutti lì e che preghino», era questo l’ordine.
Il Marconista con le mani già tremanti si attaccò al telegrafo per segnalare la loro presenza e il pericolo che stavano per affrontare. Seguirono alcuni istanti di attesa, per un po’ parve quasi che il mare si fosse tranquillizzato, si sentiva soltanto il rumore sordo delle macchine che andavano, e nel cielo s’alzava la bianca nube leggera del camino.
Poi giunse la tempesta. Il cielo sopra al Principessa Mafalda si oscurò, marinai e passeggeri sentirono l’ombra della morte che si posava fredda sul mare.
Cadde una pioggia sferzante, e il vento cominciò a tirare con violenza. Le onde d’improvviso si fecero alte, più alte, altissime. Il corpo immenso del piroscafo prese ad alzarsi e ad abbassarsi con una macabra altalena. Spaventosi scricchiolii si sentivano provenire da ogni parte. I passeggeri soggetti a quell’alzarsi e a quel precipitare, presero a urlare dal terrore, molti vomitavano.
Nella Sala Comando il Timoniere teneva gli occhi fissi sulle onde cercando di assecondarle, ma quelle diventavano montagne d’acqua nera e spumosa, sempre più alte da scalare. Il Comandante al suo fianco temeva in ogni istante di sentire il rumore fatale della nave che si spezza, e dava al timoniere il tempo giusto per orzare, quando la nave giungeva sulla cresta dell’onda, bisognava infatti dare un colpo di timone nella direzione del vento, per evitare di farla ricadere di punta dritta dentro le fauci dell’abisso. Urlò: «Macchine Avanti Tutta». Il Capo Macchina udì il comando che più temeva, si fece il segno della croce e mandò i motori al massimo. Ma il Principessa Mafalda era lungo e pesante, carico di merci, di carbone, di passeggeri, tre ponti ben arredati, mobili, suppellettili, era difficile manovrarlo, il mare era così ostile, il vento così forte… i macchinisti continuavano a gettare carbone nelle caldaie come se la nave se lo mangiasse, una palata dopo l’altra.
La tempesta era sempre lì e la nave sbalzata da un’onda alla successiva pareva che fosse ferma sullo stesso posto, come se fosse il mare a scorrere e quella ferma dentro una vaschetta non pareva avanzare di un miglio.
La lotta impari tra la tecnica e la natura sembrava interminabile. Le macchine al massimo della potenza non riuscivano a svincolare il piroscafo dall’abbraccio mortale della tempesta. Per ore i fuochisti continuarono a gettare carbone nelle fauci insaziabili delle caldaie, ma la nave continuava a trovarsi nel pieno della tempesta, sbalzata su e giù dalle onde immense.
I passeggeri ormai esausti si convinsero che la fine era vicina. I marinai, anche quelli più esperti si confessavano reciprocamente di non aver mai visto una tempesta così.
Dalla Sala Macchine venne la comunicazione che ormai il carbone si stava esaurendo. Il Comandante rifletté un istante, e poi diede l’ordine di bruciare le strutture in legno del ponte di Prima Classe. Il Secondo lo guardò senza fiato e con un groppo alla gola disse: «Bruciare la Prima Classe? Comandante cosa stiamo facendo?». Il Comandante si rendeva conto che quella era una decisione estrema. «Abbiamo bisogno di combustibile e dobbiamo alleggerire la nave, o non usciremo mai  da questa tempesta.»
Il Secondo ammutolì. Un calore poco piacevole gli scorreva lungo la schiena. Ma così si ordinò, i marinai si fecero aiutare da qualche passeggero capace e cominciarono a smontare la Prima Classe, tutte le cabine, i salotti, i divani. Le pareti di legno, le strutture che potevano essere bruciate furono smantellate e portate alla Sala Macchine dove i fuochisti gettavano tutto dentro le caldaie.
I motori miracolosamente, gemendo e borbottando, pure continuarono a far girare le eliche, ma nonostante lo sforzo la nave sembrava non voler procedere, fermata dalla forza immane del mare in tempesta.
Il Comandante fece il punto sulla carta, guardò fuori le onde sempre più grandi che s’abbattevano sulla sua nave e prese la decisione. «Spostate tutti i passeggeri in Terza Classe e smantellate anche il ponte di seconda: tutto in caldaia.»
Gli ufficiali in Sala Comando cominciarono a tremare. «Il Ponte di Seconda Classe? La nave resterà quasi vuota, non possiamo…» Il Comandante fulminò tutti. «Non è il momento di discutere. Eseguite gli ordini». Così fu fatto. Tutti i passeggeri si affollarono nei saloni di Terza Classe, dove nobili e contadini, borghesi e operai, donne eleganti e povere migranti coi loro fagotti, si strinsero fianco a fianco, con lo sguardo di chi sta aspettando la fine ormai prossima.
Intanto marinai e volontari presero a smantellare anche il ponte di Seconda Classe. Ancora, pareti, mobili, suppellettili, tutto finì dentro le insaziabili caldaie del Principessa Mafalda, tappeti, poltrone, divani, letti , sgabelli, arazzi, quadri e colonne dei saloni da ballo, decorazioni, cornici, cassoni, valige…
Ormai la nave era ridotta a uno scheletro. Le strutture metalliche  dei due ponti superiori, private di tutti i riempimenti, apparivano come un intrico di cose morte. Ma ancora non bastava. La nave continuava a inerpicarsi sulle onde e a ricadere pesantemente senza riuscire a svincolarsi dall’abbraccio mortale della tempesta.
Il Capitano diede l’ordine di bruciare tutto, tutto quello che poteva bruciare, persino la dispensa e la cambusa, le sedie, gli abiti. «Ma non sopravvivremo senza cibo!» gridò il Secondo con una vocina  isterica. «Non sopravvivremo comunque se non riusciremo a venir fuori da questa tempesta». E così bruciarono tutto, porte e sedie, sacchi di cibo, pomparono perfino i liquori dentro le caldaie che apprezzavano tutto, e tutto trasformavano in fiamme e vapore.
Tutto un giorno e una notte intera la nave lottò nel mare nutrendosi di se stessa. Fino al punto di non avere più nulla da ardere, e le caldaie affamate cominciarono a ridurre la fiamma, le eliche rallentarono, proprio nel momento in cui la nave avrebbe avuto più bisogno di spinta per opporre resistenza a quelle masse d’acqua.
Il Capitano se ne rese conto. Capì che non c’era più niente da fare. Disse al Marconista di lanciare l’SOS. Ma sapeva che con quella tempesta non sarebbe servito a nulla. «Bruciate le scialuppe» urlò. Gli ufficiali sgomenti capirono che quello era un ordine disperato, perché disperata era la situazione. D’altra parte in quel frangente le scialuppe non sarebbero servite a nulla.
Quando i marinai della Sala Macchine videro arrivare i pezzi delle scialuppe si resero conto di essere all’ultimo atto. Bruciarono tutto, bruciarono ogni ultima residua speranza di salvezza. Il Principessa Mafalda si preparava a essere travolto e inghiottito da una natura impietosa.
Ma fu proprio allora che d’improvviso l’universo mostrò un po’ di pietà. Inaspettatamente l’orizzonte si aprì e in fondo in fondo, proprio di fronte alla prua della nave s’intravide uno spiraglio d’azzurro.
Gli ufficiali in Sala Comando urlarono: «Di là, di là» come se il Comandante non avesse già visto  quell’improvvisa apertura verso la vita. Ma le onde erano ancora alte e inarrestabili, il Principessa Mafalda, sempre più debole, lottò ancora per molte ore, bruciando tutto ciò che poteva bruciare a bordo dello scafo.
Solo all’alba del giorno dopo si rivide il sole, e le onde cominciarono a farsi più piccole, e il piroscafo smise di alzarsi e inabissarsi. Il Comandante diede l’ordine di ridurre la velocità. In Sala Macchine piansero, piansero e ringraziarono, perché capivano che forse anche questa volta sarebbero tornati a casa sani e salvi.

Dalla lunga banchina del Porto di Rio videro arrivare il Principessa Mafalda con la sua alta scia bianca di vapore. Arrivava leggero sul pelo dell’acqua, come spinto dal vento. Quando fu abbastanza vicino si vide che in realtà era soltanto lo scheletro di una nave. Come un corpo privato della carne. Un intrico di travi di ferro, miracolosamente ancora strette insieme, ma pronte a disfarsi da un momento all’altro. Ancora più grande fu la sorpresa di tutti quando da quello scheletro, cominciò a uscire una interminabile fila di persone, tremanti, pallide, magre, sgomente, con gli occhi fuori dalle orbite. Camminavano silenziose un po’ curve guardandosi intorno come se provenissero direttamente da un altro mondo, dalla notte della morte alla luce della vita.
Stretti stretti, gli uni agli altri, infreddoliti, affamati, scesero dallo scheletro della nave tutti mescolati, i poveri migranti della Terza Classe, le signore eleganti della Prima. I turisti in viaggio di piacere e i disperati alla ricerca di una possibilità di riscatto. Non si distinguevano gli uni dagli altri. Emergevano insieme dal ventre dell’inferno. Sul pontile respirarono l’aria di Rio. Un’aria satura di vita.

Fotografia di Chiara Casetta

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