Sulla strada per arrivare a Colugna

Tiziana Franzolini

Straziante nostalgia dell’esistenza – Chiara Casetta

Sulla strada per arrivare a Colugna c’è un incrocio. È uno strano incrocio, fatto male ed è causa di numerosi incidenti. Mai gravi, ma sempre seccanti. Poco dopo quell’incrocio c’è una delle peggiori pizzerie dei dintorni, con una volgare insegna rosso fuoco riconoscibile da chilometri di distanza. Arrivando da Udine, andando verso Colugna, con la pizzeria di fronte e i campi a sinistra, su quell’incrocio strano, a destra c’è una via con un nome buffo. Via Moisesso. Se si entra in quella via, ma non ci si entra del tutto, subito sulla sinistra c’è un interno, al numero 27. Se non ci si fa spaventare e si va avanti tranquilli, scopri che quell’interno non è così breve come sembra a una prima occhiata.

E se hai trovato tutto questo, ancora sulla sinistra vedrai il numero 7.

È una casetta modesta, appena imbiancata, ancora candida e senza quegli infissi dorati un po’ vecchiotti che adornano le finestre delle altre case sulla via. Sul campanello c’è un biglietto, dice di suonare forte, perché il campanello è difettoso. Tu suonalo forte finché non vedrai la porta in legno aprirsi. Non quella a vetri fuori, basterà quella in legno, che prima di mettere gli inserti di vetro opaco sembrava una gigantesca barretta di cioccolato.

Al numero 7 dell’interno 27 di via Moisesso, a 20 metri dal cartello Colugna, se suonerai forte al campanello la porta si aprirà.

Uscirà una signora non troppo alta, col viso scavato e i capelli corti più bianchi della neve, ma non avrà l’aria vecchia, solo un po’ stanca e stupita. Sarà vestita da casa e vedendoti si sentirà un po’ a disagio, ma non troppo. Aprirà la porta a vetri un pochino e ti chiederà forse a voce troppo alta rispetto alla distanza cosa ti serve, oppure chi sei. Oppure ti saluterà e aspetterà che sia tu a dirle cosa vuoi. Tu risponderai come ti andrà di rispondere in quel momento, e magari dirai il tuo nome.

E allora, anche se forse non capirai subito perché, lei avrà un sussulto, ti sorriderà e ti inviterà a entrare.

Ti stupirai di quanto ci assomigliamo, e allo stesso tempo di quanto siamo diverse. Forse le sentirai battere il cuore, anche il suo è un po’ malandato.

Ti aprirà il cancello, attraverserai il vialetto e lei ti aspetterà tenendoti aperta la porta a vetri, attraverserai la soglia e entrerai nell’atrio. Lei chiuderà le porte e ti offrirà qualcosa. Tu ti guarderai attorno e rifiuterai gentilmente, ma lei insisterà e ti farà sedere in cucina mentre preparerà il caffè. Non mi chiamerà, perché io non sarò in casa. Però non ti farà andar via, perché io arriverò dopo poco tempo. Ti chiederà come mi conosci, anche se lo saprà già. Loro sanno sempre tutto. Tu esiterai, e poi darai sempre la stessa risposta. Lei sorriderà e ti chiederà se anche tu vuoi fare quello che voglio fare io, e tu le dirai che sì, e che stai studiando, le dirai dove, le sorriderà e risponderà che lo immaginava. Anche se lo saprà già. Loro sanno sempre tutto. Parlerete di sciocchezze, e tu ripenserai ai silenzi che ci sono sempre stati fra di noi, che non erano silenzi di imbarazzo, ma silenzi sereni e ti chiederai se ho preso da lei. Ma poi lei ricomincerà a parlare, e ti risponderai di no. Ti scuserai per il disturbo, e lei non ti darà troppo peso, perché non lo sarai mai per lei, un disturbo. Poi lei si girerà verso la finestra, dopo uno scatto leggero che tu non registrerai. Sorriderà e tornerà a parlarti. Io come sempre entrerò dal cancelletto, un po’ rossa in viso, lo richiuderò dietro la bicicletta e la appoggerò al muro, il muro della cucina dove tu sarai seduto, sotto l’orologio, davanti al termosifone. La chiuderò con il lucchetto argentato a molla, perché l’altro l’ho perso tempo fa, recupererò i guanti che avevo appena appoggiato al cestino posteriore della bicicletta canticchiando una canzone di Mannarino che starò ascoltando dalle cuffie rosse attaccate al cellulare. Poi aprirò la porta a vetri. Poi quella di legno.

Mia madre sorriderà e continuerà a parlarti. Ti dirà che sono arrivata, ma non accennerà a volerti far alzare per venirmi incontro.

Tu avrai il cuore che batterà più forte, per l’imbarazzo di essere lì e l’emozione di vedermi e un po’ anche per la sensazione che sia un po’ sbagliato e un po’ brutto forse, che tu stia seduto lì mentre io sarò esattamente dietro di te, separata da un muro. Urlerò un ciao e continuerò a canticchiare. Riconoscerai la canzone, chiuderai per un istante gli occhi e accennerai a un sorriso. Mia madre risponderà al saluto, e io, camminando verso il tavolo del salotto, butterò uno sguardo dentro la cucina. Vedrò la tazzina di caffè davanti a te, e registrerò che c’è qualcuno. Poi vedrò mia madre, che sarà quasi commossa. Toglierò un po’ confusa, sorridendo, la cuffia dall’orecchio, e col fiatone le chiederò come sta.

Lei non mi risponderà, e ti indicherà dicendomi, annunciandomi, svelandomi la tua presenza.

E in quel momento, all’interno 7 del numero 27 di via Moisesso, a 20 metri dal cartello Colugna e a molti meno metri dalla pizzeria terribile, e subito dopo l’incrocio strano, il tempo si fermerà, giusto per prendermi ancora un po’ in giro con i suoi giochetti.

Se saremo veramente arrivati fino a questo punto, sarà molto difficile per noi crederci. Perciò mentre tu sorriderai perché beh, tu sarai piuttosto certo di essere arrivato fin lì, anche se non sarai per niente certo del motivo per cui beh, sarai lì, io ti guarderò come un pesciolino imbalsamato, con le cuffie penzolanti in una mano, i guanti nell’altra, il cappuccio della giacca tirato sulla testa e le due sciarpe a imbacuccarmi il viso un po’ congestionato dal passaggio tra freddo e il caldo, la fatica, e la fottuta sorpresa di vederti lì, seduto al tavolo della cucina dell’interno 7 del numero 27 di via Moisesso che al mercato mio padre comprò.

Dopo un tempo in cui non capirò niente e che mi sembrerà infinito tu sorriderai, e dirai piano: “Ciao.”

Io guarderò mia madre, che dirà qualcosa che dovrà fare di sopra, ridacchiando dentro di sé e io avrò per una frazione di secondo l’impulso di trattenerla lì, ma non riuscirò a fare altro se non spostarmi dalla porta per lasciarla passare. E sarà in quell’attimo in cui non avrò gli occhi dentro di te che mi toglierò sciarpa e cappotto, anche se poi non mi ricorderò come l’avrò fatto. Avrò le mani fredde e dovrò togliermi le scarpe, ma non ne avrò voglia. Di entrambe le cose. Ti chiederò senza esserne molto convinta cosa ci farai lì, e poi ti dirò di non dirmelo, ma tu me lo dirai, anche se forse non sarà tutta la verità, perché tutta la verità sarebbe impossibile da dire a parole. Io annuirò piano, cercando di capire, ma mi sarà impossibile perché sarà già difficilissimo starti ad ascoltare e registrare le tue parole, senza perdermi nel suono della tua voce.

E resteremo a guardarci, cercando di parlarci solo con i nostri occhi, ma sarà difficile non starti lontano, non toccarti.

E allora lo farai tu.

Mi toccherai piano la spalla, e io ti guarderò la mano.

Schiele.

E avrò la bocca semiaperta e le scarpe in mano. E ti guarderò dal basso, come sempre. Guarderò di nuovo la mano, confusa, e mi mancherà il respiro perché d’un tratto starti lontano, non saltarti al collo, non baciarti, non accarezzarti il viso, non baciarti, non abbracciarti forte, non baciarti, non guardarti né accarezzarti ovunque per vedere se effettivamente sarai lì, davanti a me, non baciarti, non ridere di gioia, non baciarti, non piangere come un vitello, non baciarti, non riempirti di botte, non baciarti, non arrampicarmi su di te come una scimmia, non baciarti, non allacciarti le gambe sui fianchi, non baciarti, sarà improvvisamente dannatamente difficile. E forse avrò un mezzo singhiozzo, nell’allontanarmi da te. E forse scenderà una lacrima, nel riavvicinarmi, nel toccarti il viso morbido della tua barba nera. Forse una risatina mi scapperà, nel realizzare che sei lì davanti a me.

Non vorrò che tu dica niente. Non avrò la forza per avere anche solo il pensiero della possibilità che tu te ne vada. Allora ti prenderò una manica del maglione e sorriderò nel realizzare che sarai senza quella giacca così tua. Ti prenderò per una manica del maglione e borbotterò qualcosa che tu non capirai, allora mi fermerò in mezzo all’atrio ti guarderò ti sorriderò ti abbraccerò forte e tu sarai così stupito dalla mia mancanza di logica. Poi mi girerò di nuovo verso la porta che dà sulle scale per salire e la oltrepasserò, tu avrai solo un istante per guardare il giardino dietro e scorgere un po’ di quel ciliegio di cui ti ricorderai come di un ricordo lontano. E allora inizierà la mia corsa, senza curarmi del fatto che avrai ancora le scarpe addosso e anche io e arriverò in cima alle scale con aria di vittoria, come se non avessi aspettato altro nella mia vita. E tu mi guarderai e io scomparirò dentro quella porta in cima alle scale, sulla sinistra, con una grande gigantografia di Michelle Pfeiffer in Batman Returns, con la scritta Hell Here.

Sulla strada per arrivare a Colugna c’è un incrocio, davanti all’incrocio una pizzeria terribile, a sinistra dell’incrocio dei campi, a destra dell’incrocio una strada dal nome buffo, dentro la strada dal nome buffo ma non troppo dentro, sulla sinistra c’è un interno, dentro l’interno, molto avanti, sulla sinistra c’è il numero 7. Dopo il cancello c’è un vialetto, dopo il vialetto ci sono due porte, una a vetri e una di legno che prima che ci mettessero gli inserti di vetro sembrava una gigantesca barretta di cioccolato, dopo le porte c’è un atrio, sulla sinistra dopo l’atrio c’è una porta ancora a sinistra – come se non si capisse da che parte politica stiamo – ci sono le scale, in cima alle scale, sulla sinistra – come in una chiocciola, continua a girare, come un girotondo – c’è una porta con la faccia di Michelle Pfeiffer vestita da Catwoman con la scritta Hell Here. Dopo quella porta, c’è la mia tana.

— E mi abbraccerai come se avessi paura di rompermi, e quando lo capirò mi arrabbierò e ti stringerò forte per farti capire che col cazzo che mi rompo, io.
Soprattutto se mi abbracci tu.
E ridacchierai.
E mi arrabbierò ancora di più e riderò più forte. Ma poi mi ricorderò che non posso baciarti e tutto mi sembrerà inutile.
Portami a Parigi. E in Turchia. E in Portogallo. Andiamo in Marocco, ad ascoltare il deserto. Nella foresta, per sentire la natura, il Male, il Bene.
Allora guarderò mia madre, mentre lei scivolerà fuori dalla stanza con la scusa di dover fare qualcosa di importante di sopra, e quando i miei occhi non saranno più nei tuoi, allora recupererò un po’ di logica e mi toglierò scarpe e cappotto, anche se poi non mi ricorderò come, e ti chiederò cosa ci farai qui anche se non vorrò saperlo e mi mentirai perché la verità non si potrà dire con le parole.
Sarà difficile perché saltarti in braccio, toccarti, baciarti, annusarti, respirarti, guardarti, strofinare il mio naso sulla tua barba, annegare, non respirare, saranno tutte cose improvvisamente difficili da evitare. Da trattenere. —

Fotografia di Chiara Casetta

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