Morte certa

Gianluca Loreti

Le muffe della percezione – Antimonio

All’interno di una stanza, rigorosamente buia, un uomo attende l’alba con la ferma decisione di togliersi la vita. Ancora non sa come fare, davanti a sé tante proposte, proprio come se stesse sfogliando un dépliant con un televisore da scegliere. C’è una morte più conveniente di un’altra? Forse è alla ricerca di qualcosa di sicuro e indolore. Non vuole lasciare alla sofferenza il gusto di chiudere il sipario. Nel valutare alcune possibilità si fa prendere dalla pigrizia, anche in un momento così solenne. Alla fine si decide: alle 6 del mattino si sarebbe buttato dal terrazzo del suo appartamento al settimo piano. Morte certa.
L’uomo, mentre elabora la sua dipartita, riceve una telefonata. Una voce femminile di sua conoscenza inizia a gridare: “Perché l’hai fatto? Mi hai tradita! Proprio nel momento in cui ci amavamo di più, maledetto!” Silenzio e poi di nuovo, con meno rabbia ma più disperazione: “Avresti potuto farlo tempo fa, quando ci siamo allontanati perché tutti e due avevamo bisogno di cambiare aria. Avresti potuto farlo all’inizio, quando ci vedevamo ogni tanto, tu mi chiamavi tipa e io coso. Avresti potuto farlo durante quel periodo di merda, quando litigavamo in continuazione, ad ogni respiro: bastava dirsi ciao e subito scattavamo contemporaneamente verso una gara di insulti, minacce e veleni.”
“Avresti potuto tradirmi quella volta con mia sorella, ricordi? Io avevo lo spettacolo a teatro e tu eri arrivato a casa mia da poco; sono dovuta uscire di corsa, ti ho appena dato un bacio. Sei rimasto con mia sorella e mia madre; poi mia madre mi ha raggiunta perché mi ero scordata un abito di scena e mentre tu stavi riposando, mia sorella è andata a farsi una doccia. Dopo la doccia ha usato una scusa per entrare nella tua camera: a piedi nudi, con i capelli bagnati, pettinati all’indietro, il collo scoperto e l’asciugamano messo in malo modo per lasciare varchi ovunque; e quell’inarrestabile profumo di cosce. Così me l’avevi descritta e ti ricordi la risposta da figlio di puttana che mi avevi dato, quando ti ho chiesto cos’era successo: – Non l’ho fatto perché era tutto troppo… facile – no aspetta, non hai usato la parola facile, ma – era tutto troppo scontato, ai limiti della banalità.– Mia sorella ti si voleva fare e tu pensavi fosse una cosa banale. Quella sera, una volta rientrati a casa ci siamo regalati la più grossa scopata mai fatta: grida di puro piacere, in modo che quella stronza sentisse tutto. Lo facevamo, poi giù a ridere e via di nuovo. Non ci amavamo o almeno credevamo fosse così, ma quella era stata la nostra prima forma di complicità.
Perché proprio ora? Finalmente ci eravamo scelti, avevamo deciso come avremo vissuto: lontano da tutti in riva al mare.
La donna inizia a piangere, vorrebbe continuare a insultarlo fino alla fine del mondo, ma il ricordo di una poesia che lui le aveva dedicato riesce a placarla.

Inciampavo nei tuoi silenzi necessari,
ricordi la spudoratezza nel parlare del tuo nome?
Nome da puttana, mi facesti intendere.
Sento già la morte avanzare inesorabilmente.
Inesorabilmente, ora che non ci sei, è scomparso anche il mare.
Mi sveglio nudo e vedo cemento,
con te è fuggita la sete e la fame
e questo marciume che mi circonda
ha preso il sopravvento su tutto e schiaccia la vita
che un tempo si teneva in equilibrio sui tuoi occhi color nocciola.

La donna riattacca, certa che l’uomo dall’altra parte abbia sentito. L’uomo rimane con la cornetta in mano, in silenzio, impassibile; anche i suoi pensieri non fanno rumore. Alla fine decide che sono arrivate le 6 del mattino.

Fotografia di Antimonio

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